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Nessuno dovrebbe pretendere di imporre agli altri la propria idea di dignità.

Il Consiglio comunale di Rovigo, nella seduta del 9 ottobre scorso, ha respinto la mozione presentata dal consigliere Nello Piscopo contro l’introduzione del suicidio medicalmente assistito e in difesa del diritto alla vita, delle cure palliative e dell’obiezione di coscienza.

Un voto maturato in un’aula scarsamente partecipata, con appena 17 consiglieri presenti su 32 al momento della votazione. Una circostanza che merita una riflessione, considerando la delicatezza di un argomento che coinvolge la vita, la sofferenza, la dignità umana e la libertà individuale.

Non credo che il fine vita possa essere affrontato come una contrapposizione tra chi difende la vita e chi, al contrario, sarebbe favorevole alla morte. È una rappresentazione ingiusta, semplicistica e profondamente lontana dalla realtà.

Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria dignità e le proprie convinzioni. E nessuno dovrebbe pretendere di imporre agli altri la propria idea di dignità.

La recente legge della Regione Veneto, la n. 17 dell’8 settembre 2026, non introduce un indiscriminato diritto a morire, ma disciplina le procedure sanitarie per l’accesso al suicidio medicalmente assistito nei casi rigorosamente delimitati dalla Corte costituzionale, a partire dalla sentenza n. 242 del 2019.

Si tratta di situazioni eccezionali, nelle quali persone affette da patologie irreversibili, sottoposte a sofferenze ritenute intollerabili, pienamente capaci di assumere decisioni libere e consapevoli e in presenza degli ulteriori requisiti previsti, chiedono che venga rispettata una scelta profondamente personale.

Personalmente ritengo che lo Stato debba garantire a ciascuno il diritto di vivere, di essere curato, assistito e accompagnato fino all’ultimo istante. Ma ritengo anche che, nelle condizioni eccezionali riconosciute dal nostro ordinamento, debba essere rispettata la volontà libera e consapevole di chi non intende proseguire un’esistenza segnata da sofferenze per lui insopportabili.

Il diritto di scegliere non è un obbligo di morire. È il riconoscimento che la coscienza individuale merita rispetto, soprattutto quando si confronta con le prove più drammatiche dell’esistenza.

Nel corso del dibattito ho ritenuto importante richiamare anche le posizioni espresse da autorevoli rappresentanti della Chiesa, tra cui monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana.

La Chiesa mantiene una posizione contraria al suicidio assistito. Sarebbe scorretto sostenere il contrario. Ma il confronto con il pensiero ecclesiale non può esaurirsi in una contrapposizione di slogan. La stessa riflessione cattolica richiama l’importanza delle cure palliative, il rifiuto dell’accanimento terapeutico, la necessità di accompagnare i malati e il dovere di ascoltare la sofferenza umana.

Sono principi sui quali anche un non credente può riconoscersi, pur giungendo a conclusioni differenti sulla possibilità di ricorrere, in circostanze estreme, al suicidio medicalmente assistito.

La laicità delle istituzioni non significa ostilità verso la religione. Significa rispetto per tutte le convinzioni, comprese quelle di chi non crede, senza che una particolare concezione morale possa automaticamente trasformarsi in un obbligo per tutti.

Le cure palliative, che devono essere concretamente accessibili a ogni cittadino, rappresentano una conquista fondamentale di civiltà. Ma non dovrebbero essere utilizzate come argomento per negare ogni spazio all’autodeterminazione della persona.

Occorre garantire cure adeguate, sostegno psicologico, vicinanza umana e protezione delle persone più fragili. Occorre soprattutto evitare che qualcuno possa sentirsi spinto a morire perché solo, abbandonato o considerato un peso per la famiglia e per la società.

E tuttavia, anche quando tutto questo viene garantito, rimane una domanda alla quale la politica non può sottrarsi: chi può decidere, al posto di una persona lucida e consapevole, quale sofferenza essa debba ancora sopportare?

È una domanda che merita rispetto, non risposte ideologiche.

Il Consiglio comunale ha respinto una mozione che, a mio giudizio, rischiava di trasformare una questione di coscienza in una contrapposizione politica e morale.

Non considero quel voto una vittoria contro qualcuno. Tanto meno contro chi, per fede o convinzione personale, ritiene che la vita debba essere preservata fino al suo termine naturale.

Considero invece importante riaffermare che, in una società democratica e pluralista, il rispetto della vita deve accompagnarsi al rispetto della persona, della sua libertà e della sua dignità.

Una società davvero umana non abbandona chi vuole vivere, ma non condanna moralmente neppure chi, in condizioni estreme, chiede che venga rispettata la propria scelta.

La politica dovrebbe avere l’umiltà di fermarsi davanti alla sofferenza, ascoltare prima di giudicare e comprendere che non tutte le risposte possono essere imposte per legge o per maggioranza.

Perché, alla fine, non si tratta di essere di destra o di sinistra, credenti o non credenti.

Si tratta di riconoscere che dietro ogni scelta di fine vita non c’è un’ideologia da combattere, ma una persona da rispettare.

Rovigo, lì 12/10/2026

Palmiro Franco Tosini

Consigliere comunale di Rovigo

 

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