Ancora una volta, l’organizzazione della gestione sanitaria – in questo caso riferita alla fauna selvatica – solleva interrogativi profondi, non solo sul piano dell’efficienza, ma anche su quello umano.
Nella giornata di sabato 21 marzo, intorno alle ore 14, in via Gorgo Spino a Trecenta è stata recuperata una lepre adulta, trovata a bordo strada in evidenti condizioni di sofferenza. L’animale, ancora vivo e reattivo, è stato raccolto con attenzione e sistemato in auto per essere subito trasportato verso quello che, fino a poco tempo fa, era il nostro punto di riferimento: il CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici) di Polesella.
Chi ha effettuato il soccorso pensava di fare la scelta più rapida e logica. Arrivare a Polesella con la lepre ancora viva è stato già un piccolo sollievo. Ma proprio lì è arrivata la prima, amara sorpresa.
Il personale del CRAS ha dichiarato di non poter accettare l’animale ferito, che per essere curato doveva essere portato a Monselice. Una decisione che, pur con legittime basi burocratiche, appare difficilmente comprensibile sul piano umano. Come se non bastasse, durante l’attesa, è stata contattato anche un operatore delle forze dell’ordine, che ha raccolto i dati del soccorritore e gentilmente comunicato che la struttura di riferimento — la Clinica Veterinaria Euganea di Monselice — risultava ormai chiusa.
A quel punto, la situazione si è fatta paradossale.
Solo grazie all’insistenza di chi aveva recuperato la lepre, è stato possibile ottenere un contatto diretto con un medico della Clinica Euganea. Il Dottore, dopo aver appreso che la lepre non presentava sanguinamenti evidenti, ha consigliato di riportarla nel luogo del ritrovamento, pur in assenza di visita veterinaria. Anche in questo caso, è stato necessario insistere, affinché l’animale venisse accolto e visitato presso la struttura.
A quel punto è ripreso il viaggio: prima da Trecenta a Polesella (37 km), poi da Polesella a Monselice (altri 43 km), per un totale di oltre 80 km percorsi con un animale ferito a bordo. Solo all’arrivo a Monselice la lepre è stata finalmente presa in carico da un CRAS, con la speranza che possa essere curata e salvata.
Ma ciò che resta è una domanda forte, inevitabile.
È davvero utile — o anche solo sensato — che gli animali selvatici feriti del Polesine debbano essere trasportati fino a Monselice, mentre quelli della provincia di Padova vengono indirizzati verso Polesella?
È accettabile che un animale in evidente sofferenza venga rifiutato da una struttura solo per questioni burocratiche-territoriali? È concepibile, dal punto di vista umano prima ancora che organizzativo, che non si garantisca una sua presa in carico immediata, indipendentemente dalla “competenza geografica”?
Questa vicenda evidenzia un sistema che appare scollegato dalla realtà, dove la burocrazia rischia di prevalere sulla logica e sulla compassione. La soluzione sarebbe forse semplice: una rete di centri di recupero adeguatamente distribuiti e finanziati, in grado di garantire 24H di interventi tempestivi entro un raggio ragionevole di 25 o 30 chilometri al massimo. Un sistema che aiuti le emergenze, non le complichi.
E mentre si discute, delle difficoltà dei cittadini nel trovare un pronto soccorso vicino, episodi come questo dimostrano che anche altri esseri viventi pagano il prezzo di scelte organizzative discutibili.
Ora la domanda passa alle istituzioni: il nuovo Direttore Generale dell’ULSS 5 e gli amministratori regionali intendono intervenire? E i sindaci del territorio, cosa faranno? Non si può piangere solo per il caro Rossini! Perché il rispetto e la tutela della vita — tutta — non possono essere gestiti con logiche che non rispondano ai criteri di urgenza, buon senso e umanità. Comunque anche per questo, grazie a Zaia, ai suoi soci e per il Polesine, ai Sindaci, al Presidente della Provincia di Rovigo e anche al Dr. Pietro Girardi.
Brusco Guglielmo – Rifondazione Comunista – Sanità – Polesine


