Legambiente Veneto accende i riflettori sulle Dolomiti bellunesi, con la Marmolada che resta, insieme ad Adamello e Monte Bianco, uno dei casi simbolo della fragilità alpina: “servono monitoraggi diffusi, risorse stabili e una programmazione strutturale”
“Carovana dei ghiacciai”, la campagna internazionale di Legambiente che osserva lo stato di salute dei ghiacciai alpini in collaborazione con Cipra Italia e la Fondazione Glaciologica Italiana, è ufficialmente partita in questi giorni dai ghiacciai della Savoia, in Francia. Mentre questa settima edizione attraversa le Alpi fino agli inizi di settembre, Legambiente Veneto accende i riflettori anche sulle Dolomiti bellunesi, che registrano ghiacciai in sofferenza, permafrost che si degrada, versanti instabili e crisi idrica: tutte facce della stessa emergenza climatica, che ormai emergenza non è più, ma la nuova normalità della montagna.
In Veneto giugno 2026 ha segnato oltre +3°C rispetto al 1991-2020, e luglio è stato eccezionalmente caldo in quota: temperature elevate e zero termico sopra i 4.000 metri accelerano la fusione dei ghiacciai, la degradazione del permafrost e l’instabilità dei versanti.
Per Legambiente la Marmolada resta, insieme ad Adamello e Monte Bianco, uno dei casi simbolo della fragilità alpina: il ghiacciaio continua a perdere massa sotto le ondate di calore di queste settimane, con un ghiaccio ormai grigio, solcato da fiumi di fusione e un perimetro in costante restringimento, come confermano i rilievi e le immagini di questi giorni. Non è un caso isolato: il bilancio 2025 della Carovana dei Ghiacciai (sesta edizione) ha certificato la perdita di oltre 170 km² di superficie glaciale sulle Alpi italiane negli ultimi 60 anni, e si attendono ora i dati della nuova edizione in corso.
Permafrost e versanti sempre più instabili
Il permafrost, il ghiaccio nelle fratture che tiene coesa la roccia oltre i 2.800-3.000 metri, quando si degrada riduce la stabilità dei versanti. Un segnale arriva dal sito di monitoraggio del Piz Boè, gestito dal Centro Valanghe di Arabba di ARPAV dal 2008 nell’ambito del progetto europeo PERMANET con la perforazione di 30 metri e l’installazione di 16 sensori di temperatura. Qui lo strato attivo ha superato i 7,4 metri di profondità secondo il rapporto ARPAV alla data del 31 luglio.
Il dato, pur non descrivendo direttamente le Dolomiti bellunesi, conferma un trend che, per Legambiente Veneto, rende urgente estendere il monitoraggio ai gruppi di Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane. I recenti distacchi dalla parete nord-ovest del Pelmo e l’avviso di prudenza diramato a fine luglio dal CAI mostrano quanto rapidamente cambino le condizioni. In provincia di Belluno si contano ogni anno 150-200 crolli e smottamenti, e il territorio montano concentra 6.000 delle oltre 9.000 frane censite in Veneto.
Sempre meno acqua dalla montagna alla pianura
Ghiacciai e neve regolano i deflussi e la disponibilità estiva d’acqua, insieme a falde e invasi. Secondo il rapporto ARPAV al 31 luglio, dal punto di vista delle piogge il 2026 in Veneto il deficit pluviometrico risulta strutturale: -24%, cioè 696 mm di pioggia contro i 919 mm storici.
Non solo pianura: anche i rifugi risentono della carenza d’acqua, a tal punto che la Provincia di Belluno e CAI Veneto hanno avviato un protocollo dedicato, proprio perché l’acqua in quota non è più una risorsa scontata.
Le richieste di Legambiente
Il Piano Triennale Lavori Pubblici 2026-2028 della Regione vale 257 milioni di cui quasi 216 per la difesa del suolo. Risorse importanti, che in assenza di una politica organica di adattamento rischiano di essere ancora impiegate in interventi infrastrutturali, opere idrauliche o di messa in sicurezza puntuale senza tenere in considerazione le interconnesse ripercussioni della variabile climatica.
“La Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici, avviata nel 2021 e già valutata positivamente dalle commissioni consiliari competenti nell’aprile 2025, attende ancora di completare il proprio iter di approvazione. Un ritardo che priva il Veneto di uno strumento fondamentale per affrontare in modo coordinato gli effetti sempre più evidenti della crisi climatica” dichiara Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto.
“Senza una strategia approvata e pienamente operativa, mancano indicazioni chiare su come coinvolgere in maniera trasversale tutti gli assessorati e le direzioni regionali, su come destinare risorse economiche stabili e pluriennali all’adattamento e su come tradurre gli obiettivi in interventi concreti e misurabili per i territori, dalle città alle aree montane. Se l’obiettivo condiviso è rendere il Veneto più resiliente agli impatti del cambiamento climatico, non possiamo permetterci ulteriori rinvii. Chiediamo dunque alla Giunta regionale – conclude Lazzaro – di riattivare con urgenza questo percorso e di portare la Strategia all’approvazione definitiva del Consiglio regionale, affinché il Veneto possa finalmente dotarsi degli strumenti necessari per passare dalle dichiarazioni ai fatti”.
Secondo l’associazione ambientalista, i territori alpini e dolomitici del Veneto devono affrancarsi dalla logica del finanziamento emergenziale e per questo Legambiente propone agli enti preposti di attivarsi in prevenzione e adattamento con l’estensione della rete di monitoraggio del permafrost e dei versanti ai gruppi montuosi bellunesi, a partire da Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane; l’attivazione di una mappatura aggiornata delle aree instabili; il potenziamento dei sistemi di allerta; una gestione integrata della risorsa idrica (dai rifugi agli acquedotti fino al riuso delle acque reflue depurate).
In proposito Fabio Tullio, portavoce di Carovana dei Ghiacciai per il Veneto e membro del direttivo di Legambiente Veneto, dichiara: “Le Dolomiti Venete non sono uno sfondo da cartolina, ma un sistema vivo che cambia più in fretta di quanto la programmazione pubblica riesca a inseguire. La Marmolada che arretra e si frammenta, i crolli sul Pelmo, il permafrost che si degrada a causa delle alte temperature, i sensori che scattano sull’Alemagna, il bacino del Piave e dei fiumi veneti sotto grave stress: sono facce della stessa crisi. Non è più un’eccezione da affrontare a danni fatti, ma la nuova normalità climatica, e richiede risorse stabili, monitoraggi continui e una programmazione capace di anticipare i rischi”.



