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Un comunicato del Tavolo della pace contro tutte le guerre

NAZA, il documentario di Yuval Abraham   e Rachel Szor, ha riempito tutte le sale italiane in cui è stato proiettato. È accaduto anche qui a Rovigo, al cinema Duomo, per ciascuna delle 4 proiezioni del 29 e 30 settembre.

È  un fatto che merita una riflessione: Sono passati 3 anni dall’avvio della  pulizia etnica operata dell’esercito israeliano, sotto gli occhi del mondo, contro il popolo palestinese; è passato un anno dal finto cessate il fuoco tanto sbandierato dai media mentre continuano bombardamenti e morti; sono passati nove mesi dall’istituzione dell’osceno Board of peace, ed è passato ormai un anno dalla straordinaria mobilitazione sollecitata dall’impresa della Flottiglia.  In tutto questo tempo noi, che pur aborrendo Hamas ed i suoi metodi, abbiamo sempre tenuto  la Palestina nel cuore (e l’abbiamo portata in piazza  Matteotti tutti i venerdì), abbiamo spesso avuto la sensazione che intorno a noi ci fosse un enorme vuoto.

Un vuoto fatto di denegazione, di anestesia emotiva, di pervicace desiderio di fingere che quel che accade sull’altra sponda del nostro mare non stia disegnando il presente e il futuro di tutti noi e sia invece solo un prodotto del cattivo di turno. quindi di collusione, se non di coinvolgimento.

Ecco, Naza si incarica di mettere un vasto pubblico di fronte all’evidenza che nessun genocidio può essere perpetrato senza volonterosi carnefici, senza la protezione ed il sostegno di altre nazioni potenti. l’evidenza che gli artefici sul campo sono, e si sentono, servo-unità di un sistema, gente normale che fa solo il proprio mestiere, che esegue efficacemente un compito, che  va a bere una birra con gli amici dopo aver raso al suolo un quartiere, ucciso o seppellito sotto le macerie i suoi – non importa quanti – abitanti. Nel sonno, a famiglie riunite.

Ora, noi non sappiamo se la massiccia presenza di spettatori a questo film sia dovuta alla pubblicità legata al premio della Giuria di Venezia o se  sottintenda il riemergere di una sensibilità, carsicamente diffusa al di sotto dell’indifferenza della superficie.Ci sembra comunque importante che la presenza ci sia stata.

Non ci illudiamo che si tratti del preludio a nuove grandi mobilitazione di massa.NAZA non muove alla speranza ma a fare i conti con la verità, una verità  soggettiva inestricabilmente connessa all’ oggettività dello sterminio.  Di fronte ai testimoni che parlano, avvertiamo con sgomento che, in condizioni analoghe (quelle delle guerre prossime venture verso cui stiamo precipitando ad occhi chiusi), ciascuno di noi, ciascuno dei nostri bravi ragazzi, una volta indossata  una divisa, potrebbe fare altrettanto e diventare uno dei tanti volonterosi carnefici.

Una delle 24 testimonianze raccolte dai registi recita: “so che il nazismo era il male assoluto e ancora lo credo.Ma noi cosa stiamo facendo?”.

Non basterà stabilire per decreto che cosa si può dire o non dire, pensare o non pensare, per cancellare questa domanda: cosa stiamo facendo, noi?

È una domanda alla quale nessuno può rispondere al posto di un altro: la responsabilità, che è una questione etica, non può essere delegata.

Probabilmente è questa sensazione di essere chiamati in causa a far ammutolire gli spettatori  alla fine della proiezione.

Ma questo è  quanto: bisogna decidere in prima persona da che parte stare.

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