

Pochi giorni fa è ricorso il secondo anniversario della scomparsa di Giulia Cecchettin.
Encomiabile l’impegno profuso dalla Fondazione a lei dedicata mentre impressionano anche nel 2025 i dati sul femminicidio: in dieci mesi sono già 70 le donne uccise in Italia. I motivi alla base sono sempre gli stessi: l’uomo possessore che decide a priori anche nella normalità quotidiana di vita in ogni famiglia. Il tutto frutto di insegnamenti derivanti da una cultura dominante dove le vittime sono ragazze di 20 anni, casalinghe o lavoratrici di 40, addirittura donne in pensione di 60. Questo a prescindere dalle professioni delle stesse.
Le leggi, pur lodevoli, finora hanno purtroppo sottovalutato il fenomeno: non è un caso sentir dire: “trattasi di un problema culturale”, “ci vorrà tempo”, ecc.
Il tempo scorre ma spesso le istituzioni hanno mani legate dall’assenza di fondi e da un adeguata formazione dei propri operatori professionali.
In Italia molto denaro finisce in armamenti e in Veneto i centri antiviolenza rimangono insufficienti per sopperire ad un emergenza continua.
Il numero, 1522, da contattare non è noto affatto: dovrebbe scorrere nelle TV, nei social media, negli stadi, negli uffici, nelle scuole, negli esercizi pubblici, nei supermercati, nei mezzi di trasporto pubblico.
Altro chiodo fisso dovrebbe riguardare l’educazione all’affettività, all’intimità, al rispetto della libertà altrui, con programmi definiti nelle scuole: nulla o poco di tutto questo.
La scelta di campo per il futuro non ha alternative: occorre uno sforzo significativo per capovolgere la cultura patriarcale e sbloccare un assurdo immobilismo. Occorre includere, opporci ad ogni violenza di genere, rispettare i diritti di tutte le persone.
Questo, senza dubbio, salverebbe le vite di molte donne in futuro.
Vanni Borsetto


