Riprendiamo un articolo di Mattia Motta della CGIL di Piacenza sul caso di un driver precario morto sul lavoro.
La morte di Pasquale Andriotta ha fatto in poche ore il giro d’Italia. Adesso però comincia il lavoro più difficile: capire cosa significhi davvero fare il driver nella logistica, quanto pesi la precarietà e cosa succede ai carichi di lavoro quando una parte dei lavoratori sciopera. Un appello anche ai colleghi: non trasformiamo il dolore della famiglia in spettacolo.
Oggi la notizia della morte di Pasquale Andriotta l’ho data io, come ufficio stampa della Cgil di Piacenza. Lo scrivo non per rivendicare un primato, che davanti alla morte di un uomo sarebbe una cosa abbastanza miserabile, ma per dichiarare con chiarezza da quale punto di osservazione scrivo queste righe.
Nel giro di poche ore quella notizia è finita sulle agenzie, sui grandi quotidiani, sulle televisioni nazionali. Ed era inevitabile: un driver di 42 anni muore mentre fa una consegna, nel giorno in cui scade il suo contratto a termine e mentre i suoi colleghi stanno scioperando proprio contro i carichi di lavoro, la carenza di personale e turni giudicati insostenibili.
Sono elementi che messi uno accanto all’altro fanno impressione. Ma proprio per questo bisogna stare attenti.
Noi oggi non sappiamo se il lavoro abbia provocato il malore di Pasquale. Non sappiamo se abbiano avuto un ruolo il caldo – a Piacenza si sono raggiunti circa 34 gradi –, la fatica, lo stress, il numero delle consegne o niente di tutto questo. Saranno gli accertamenti a stabilirlo, per quanto possibile.
Sappiamo però un’altra cosa. Ed è già una notizia enorme.
Pasquale quella mattina stava lavorando mentre altri suoi colleghi scioperavano. E scioperavano non per una vertenza astratta ma per denunciare sovraccarichi, organici insufficienti e turni sempre più pesanti. Pasquale aveva invece un contratto a termine in scadenza proprio quel giorno e, secondo quello che i suoi colleghi hanno raccontato al sindacato, aveva paura che non gli venisse rinnovato.
Qui, prima ancora della tragedia, c’è una gigantesca contraddizione del nostro mercato del lavoro.
Sulla carta Pasquale aveva lo stesso diritto di sciopero degli altri. Ma quanto è libero di scioperare un lavoratore precario l’ultimo giorno del suo contratto?
È questa la parte della precarietà che spesso non entra nelle statistiche. Possiamo contarne i contratti, misurarne la durata, discutere se il tempo determinato serva o meno alle imprese. Più difficile misurare il potere che quella scadenza esercita sulla vita di una persona.
Il 31 agosto sul contratto non è soltanto una data. Può diventare la domanda che ti accompagna mentre sali sul furgone: domani mi richiamano? Può cambiare il tuo rapporto con un superiore, con uno straordinario, con un turno pesante. Può cambiare perfino il modo in cui eserciti un diritto costituzionale come quello di sciopero.
La precarietà, alla fine, è anche questo: una differenza tra essere formalmente liberi di dire no e sentirsi davvero nelle condizioni di poterlo dire.
Poi c’è il lavoro dei driver. Ed è qui che credo dovremmo andare adesso, come giornalisti.
BRT nella nota diffusa dopo la morte esprime il proprio cordoglio e parla di Pasquale come di un «lavoratore di una società fornitrice dell’azienda nell’area di Piacenza». Dice che «la sicurezza e il benessere delle persone rappresentano una priorità» e che sta collaborando con le autorità mettendo a disposizione le informazioni necessarie. Per rispetto della famiglia e degli accertamenti, aggiunge, non fornirà per il momento altre informazioni.
È una posizione comprensibile. Ma quella definizione – “lavoratore di una società fornitrice” – racconta anche, involontariamente, un pezzo importante di questa storia.
Pasquale consegnava pacchi della rete BRT ma il suo datore di lavoro era Afs Service. È il sistema degli appalti della logistica, nel quale tra il grande marchio che conosce il consumatore e il lavoratore che gli suona al citofono possono esserci società diverse, contratti diversi, responsabilità e organizzazioni del lavoro che vanno ricostruite.
Ed è precisamente questo che dovremmo fare adesso.
Quanti pacchi aveva Pasquale sul furgone lunedì mattina? Quante fermate doveva fare e in quante ore? Chi stabilisce i giri? Esiste un numero massimo di consegne? Cosa succede quando una parte dei driver sciopera: i pacchi vengono lasciati in magazzino oppure redistribuiti fra quelli che entrano al lavoro? Quanti lavoratori mancavano lunedì e di quanto, eventualmente, è aumentato il carico degli altri? Quali pause sono previste? Cosa cambia quando ci sono 34 gradi? E quanti dei driver che ogni mattina partono da quel deposito sono a tempo determinato?
Queste sono, credo, le telefonate da fare domani.
Lo dico anche ai colleghi delle redazioni, sapendo benissimo come funziona il nostro mestiere e quali meccanismi si mettono in moto quando una vicenda diventa nazionale.
Non andiamo a cercare il dolore della compagna di Pasquale.
Non abbiamo bisogno di sapere come ha reagito quando le hanno detto che suo marito non sarebbe tornato a casa. Non abbiamo bisogno dell’ultima telefonata, delle lacrime, della fotografia davanti alla porta di casa. Se un giorno la famiglia vorrà parlare, naturalmente andrà ascoltata. Ma il dolore privato di una donna e di tre figli non è il particolare che manca per completare questa storia.
E forse non abbiamo neppure così tanto bisogno di sapere quale squadra tifasse Pasquale o quali fossero le sue passioni per riuscire a restituirgli umanità.
Sappiamo già una cosa molto umana: aveva 42 anni, tre figli e aveva paura di perdere il lavoro.
Proviamo invece a utilizzare l’attenzione che questa tragedia ha prodotto per fare quello che il giornalismo dovrebbe fare quando serve davvero: spostare lo sguardo dall’eccezionalità della morte alla normalità che c’era prima.
La sveglia del driver. Il carico del furgone. Il palmare. Il numero di colli. Le fermate. Il traffico. I minuti che scorrono. Il caldo. I contratti a termine. Gli appalti. Il diritto di sciopero quando aspetti un rinnovo.
Non sappiamo ancora perché sia morto Pasquale Andriotta.
Possiamo però provare a capire come lavorava.
E forse è il modo più serio che abbiamo, oggi, per raccontare la sua morte.



