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Cosa ci dice di Rovigo la dipartita del suo gatto-simbolo

Riceviamo da Sofia Cantà, giovane esperta di comunicazioni che a suo tempo ha collaborato anche con Radio Bluetu, una riflessione sulla morte del gatto Rossini, che volentieri pubblichiamo.

Quando muore qualcuno che amiamo, il tempo subisce una trasformazione. Si contrae e si divide tra prima e dopo quell’avvenimento: una sorta di avanti e post Cristo su scala ridotta. “Avanti”, prima del fatto, diventa il tempo condiviso di quando eravamo insieme. Qui si collocano tutta una serie di riti assodati, che rappresentano la misura di quel rapporto, come sapere che andando in un determinato posto, ti troverò lì. Che tu sia amico, parente, commesso del mio locale preferito o il gatto rosso che trova riposo nelle vetrine del centro poco importa: c’è un senso di stabilità e appartenenza nel piccolo gesto quotidiano di venirti a trovare. Poi però arriva il “post”, il dopo la tua dipartita, quando ancora ti cerco in quei gesti e in quei riti, ma non ti trovo più. Di questa fase, fanno parte il lutto, l’accettazione e la ricostruzione, la creazione di nuovi legami e, con essi, di nuovi riti e gesti quotidiani.

Da ormai 10 anni, Rossini era arrivato dalla Bosnia per abitare le vie del centro della città di Rovigo. Nel tempo, tutti hanno imparato a conoscerlo e a partecipare ai suoi piccoli riti quotidiani, come quando si appollaiava sulle auto e nelle vetrine dei negozi, che ormai gli lasciavano libero dall’allestimento il suo spazio preferito, o aspettava paziente, davanti alla porta automatica del Comune, l’arrivo di un umano in grado di far scattare il sensore per l’apertura. Rossini aveva tre mamme, ma una famiglia estesa a tutta la città. Lo scorso 14 febbraio, intorno alle ore 8:00 del mattino, è morto. Il gatto-simbolo della città di Rovigo è stato trovato sul ciglio della strada, investito da un’automobile. È lutto cittadino.

Da fuori, è difficile capire il simbolo che ha rappresentato Rossini in questi anni, lui che a diventare un simbolo non ci ha mai pensato. O almeno credo… è forse questo che desiderava nei suoi “meow”? In barba a chi, anche a ragione, vorrebbe tali creature allevate tra le mura di casa, lui viveva la propria libertà. Perché è vero che sarebbe meglio non immettere una specie estremamente invasiva come il gatto domestico nell’ecosistema esterno, ma se l’animale è ormai abituato in questo modo e soffre la vita al chiuso, quali soluzioni ci sono?

Allargando i confini della propria dimora, Rossini è diventato una figura ricorrente nelle vite di tutti coloro che attraversavano il centro di Rovigo. Amabile come solo un gatto sa essere, ha raccolto attorno a sé grande affetto e cura, che nel tempo lo hanno elevato a mascotte. Rossini è diventato così un simbolo spontaneo e trasversale del comunitarismo rodigino, non calato dall’alto, ma che le istituzioni hanno abbracciato e potenziato. Da Sinistra a Destra, tutti potevano amarlo e sentirsi un po’ più a casa, quando lo incontravano di notte sul liston di una piazza vuota. Ma non solo: l’immagine di un gatto rosso compare in numerose rappresentazioni cittadine, per esempio i manifesti della 535ªFiera d’Ottobre del 2017, illustrati dall’artista Alberto Cristini e delle successive 537ªe 541ª edizione, rispettivamente del 2019 e del 2024, o ancora il videomapping natalizio che illuminò gli edifici di Piazza Garibaldi nell’inverno 2023.

Anche ora che è morto, Rovigo continua a celebrarlo come un cittadino illustre. Sul luogo dell’incidente, si è subito raccolto il dolore pubblico in un altarino celebrativo di fiori, foto e biglietti di cordoglio.

A livello istituzionale, martedì 17 febbraio, nel municipio di Palazzo Nodari, si è tenuto il commiato ufficiale da parte dell’amministrazione locale. La Sindaca Valeria Cittadin, l’Assessora alla Cultura, al Turismo e al Commercio Erika De Luca, l’Assessore all’Associazionismo e alla Partecipazione Attiva Renato Campanile e il Consigliere Regionale Fabio Benetti hanno imbastito un incontro dedicato alla memoria dell’animale. Qui è stato presentato il libro “Dal diario di un gatto tanto felice”, scritto da Alessandro Muscarà e illustrato da Giada Giandoso. Inoltre, è stata inaugurata la statua in rame che il già citato Alberto Cristini, da sempre amante di questi felini, aveva precedentemente scolpito per la Giornata Mondiale del Gatto. Che quest’opera volesse già in origine rappresentare il noto Rossini o che questa interpretazione sia stata associata successivamente, data la coincidenza degli eventi, è poco chiaro. Tuttavia, mette fine alla discussione la targa affiancata alla statua, ora esposta allo IAT, Centro di Informazioni e Accoglienza Turistica della città: “Gatto Rossini”. Secondo le promesse di Fabio Benetti, l’opera di Cristini non sembra però essere l’unica statua dedicata all’animale che troverà spazio nell’ambiente culturale rodigino.

Non sono mancate critiche a tutte queste celebrazioni: chi accusava che la morte dell’animale stesse raccogliendo più empatia della morte di bambini sotto le bombe, di migranti in mare o delle vittime umane di incidenti stradali. Un’osservazione legittima, che, però, nel criticare, non si interroga veramente sul simbolo di identificazione e appartenenza che Rossini è stato in grado di rappresentare, proprio per il suo essere un semplice gatto. Rovigo è una città che soffre di una narrazione stereotipica di nebbia e vuoto, rafforzata dalla nomina a città più noiosa d’Italia dai microfoni di Caterpillar. In una città da cui sembra chiunque voglia scappare, un gatto che trova casa tra le piazze del centro e qui decide di restare riesce a comunicare a tutti: a chi va, a chi resta, a chi arriva e a chi ritorna. Così, Rossini è ora nell’Olimpo dei cittadini celebri, accanto a figure come Giacomo Matteotti, Virgilio Milani, Gabbris Ferrari e non solo. Rossini è con loro e anzi, per alcuni, al posto loro, perché non si porta sulle spalle il peso di decisioni politiche o culturali profondamente umane e per questo necessariamente divisive.

E cosa resterà di Rossini ora, oltre al ricordo e alla sua statua? “Perché non sia morto invano” ha detto l’avvocata Lavinia Cantà, una delle padrone del gatto, durante il proprio discorso all’evento di commiato indetto dalla giunta comunale. Aspettando ancora di chiarire, attraverso i video della pubblica sicurezza, la dinamica esatta dell’incidente, la donna ha invitato le istituzioni a una revisione dei limiti di velocità nelle vie del centro. Nel punto della disgrazia, infatti, all’incrocio tra via Mazzini e via Ricchieri, detto Celio, non sono presenti limiti di velocità aggiuntivi rispetto a quelli nazionali, come accade invece nelle vie limitrofe. Il risultato è che le macchine percorrono ai 50km/h una stretta curva “a gomito” nel cuore della città, percorsa ogni giorno da chi si reca in piazza, in Comune, in banca o in Tribunale. Questa situazione, ribadisce l’avvocata, è un pericolo per tutti.

Similmente, diversi commenti si sono chiesti quanto possa viver sicuro un gatto libero nella confusione di un centro urbano attraversato dalle automobili. A tal proposito, ritengo necessario ricordare la diatriba che periodicamente accende la discussione pubblica rodigina: il Corso del Popolo, arteria principale della città, a un passo dalle zone frequentate dal felino, dev’essere pedonale o aperto al traffico? Attualmente la zona si trova in ZTL e permette il transito delle automobili nei giorni feriali dal lunedì al sabato dalle 5:00 del mattino alle 21:00. Da più di dieci anni questa soluzione è caldeggiata da amministrazioni ed esercenti locali con l’obiettivo di rilanciare il commercio nel centro cittadino. Da questo punto di vista, sarebbe dunque curioso visionare i dati sui risultati prodotti, visti i sempre numerosi negozi sfitti e il proliferare di storie simili in altre città, come Milano, dove proprio la pedonalizzazione ha fatto crescere la visibilità e il valore di numerose vie e quartieri. Una differente viabilità, forse, sarebbe gradita anche dai nostri amici animali, che, come Rossini, attraversano il centro con una percezione del traffico urbano differente da quella umana.

Un’ultima riflessione che si apre dalla storia di Rossini è infine il rapporto della città coi gatti randagi. Rossini, come detto, aveva tre mamme, ma viveva nelle piazze del centro la propria indipendenza. “Perché non sia morto invano”, può essere utile chiedersi come viene gestito a Rovigo il controllo sui gattini senza padrone, che come lui abitano la città. Il Servizio Veterinario dell’Aulss 5 Polesana, con in gestione il canile di Fenil del Turco, si occupa del recupero, la cura e la sterilizzazione di cani e gatti randagi feriti. Al canile tuttavia i gatti non trovano spazio e, dopo le sterilizzazioni previste per legge, sono obbligati a tornare al territorio di appartenenza. Al fianco di questo ente operano le Organizzazioni di Volontariato. La più nota tra quelle che si prendono a carico i gatti della zona è l’Associazione U.N.A. di Rovigo, ONLUS il cui personale volontario si impegna a ridurre il fenomeno del randagismo degli animali d’affezione. A questo scopo, l’associazione promuove le adozioni di animali abbandonati e gestisce diverse colonie feline sul territorio, catturando e sterilizzando i gatti che vivono per strada senza una protezione e una cura umana. Lo spazio più conosciuto e iconico in mano a U.N.A. Rovigo è l’Oasi Felina di Via De Polzer: un’area boschiva di 900mq, che, come riporta la raccolta fondi lanciata su teaming.net, ospita dai 50 ai 100 gatti in base alla stagione.

“C’è bisogno di volontari sul territorio, perché le cose da fare sono tante: cura e sterilizzazione dei gatti presenti, nuovo censimento delle colonie, tutela dei gatti liberi” sottolinea l’associazione U.N.A. “Inoltre stiamo cercando di coinvolgere il Comune nella costruzione di un gattile che sia luogo di primo soccorso per i gatti, ruolo che l’oasi non può svolgere per le sue caratteristiche.” Per questo progetto “c’è bisogno di personale strutturato, per cui l’iter sarà magari più lungo, ma necessario a una città come Rovigo”.

L’associazionismo no profit esiste infatti grazie al lavoro di personale non pagato, ma che dà la propria disponibilità su base volontaria. Poiché si tratta di un’attività che le persone svolgono per piacere e non di un secondo lavoro, non resta che chiedersi quanto possa essere sostenibile per una città affidarsi in larga parte a manodopera gratuita, ma non strutturata.

La morte di Rossini e il grande trasporto emotivo da essa causato aprono così a molteplici domande sul passato e sul futuro della città di Rovigo, che solo interrogandosi sulle ragioni di questo sentimento collettivo possono trovare risposta. Perché un semplice gatto ha assunto un ruolo così centrale nell’immaginario cittadino? A che bisogno risponde il simbolo che ha costituito e come prendersene cura adesso che Rossini non c’è più? Che città siamo stati per lui e che città potremmo essere, d’ora in poi, per gli altri gatti come lui? E che città possiamo essere per noi umani, che come lui abitiamo le vie e le piazze del centro? Com’è giusto ricordare Rossini in futuro? Perché il cuore non si laceri e perché non sia morto invano, Rossini oggi non ci dà risposte, ma ci invita a interrogarci sulla Rovigo che siamo, che siamo stati e che vogliamo diventare.

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