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Mediterranea: in mille in Pescheria Nuova per la mostra dell’equipaggio di terra

Si è conclusa domenica 1 marzo, dopo nove giorni di apertura, la mostra collettiva Mediterraneo-Mediterranea promossa dall’equipaggio di terra Rovigo Centro, ospitata presso la Pescheria Nuova dal 21 febbraio, registrando un flusso continuo di visitatori fino all’ultimo giorno.

Un migliaio di persone ha attraversato questo spazio, con presenze provenienti non solo dalla provincia ma anche da altre città venete e da fuori regione, molte delle quali arrivate appositamente per visitare l’esposizione.

Un risultato che racconta il bisogno diffuso di spazi capaci di unire arte, impegno civile e riflessione politica, e che mette al centro il tema delle migrazioni, del soccorso e della giustizia sociale.

“Prima si salva, poi si discute” è il motto di Mediterranea Saving Humans che
campeggiava all’ingresso della mostra e ne ha rappresentato il filo conduttore. Un principio che ha trovato piena espressione in un percorso espositivo pensato non come semplice esposizione artistica, ma come atto pubblico e politico, in un tempo segnato dalla criminalizzazione della solidarietà, dalla normalizzazione dei respingimenti e dalla sistematica produzione di morte lungo le rotte migratorie. Un omaggio vero e proprio a tutte le persone che, in mare e in terra, salvano vite.

La mostra ha riunito cinque artisti rodigini – Giorgia Cangiano, Diego Forno, Gigi Gioli, Rosanna Lazzari e Andrea Spinardi – in un progetto corale dedicato alle attività di soccorso in mare e lungo le rotte di terra di Mediterranea. Le opere, tra pittura, fotografia, installazioni e sculture, hanno costruito un racconto potente fatto di memoria, resistenza, denuncia, cura e bellezza, trasformando la Pescheria Nuova in uno spazio di attraversamento e confronto.

Al centro della sala espositiva, una grande installazione: una vela monumentale, larga tre metri e lunga diciotto, sospesa nella navata come corpo vivo e attraversabile.

Sulla sua superficie veniva proiettato un video che, lentamente, esplorava nel
dettaglio lo scheletro di una nave, diventata il simbolo stesso della mostra. Le immagini ne seguivano le nervature, i nodi, le connessioni strutturali, soffermandosi sui particolari, trasformando l’osservazione in un esercizio di attenzione e consapevolezza.

Ne nasceva un’esperienza immersiva di forte impatto visivo e simbolico, capace di invitare lo sguardo a rallentare, a non fermarsi alla superficie, ma ad osservare la complessità delle cose per coglierne il senso profondo.

La vela si faceva così metafora di salvezza, movimento e possibilità, ma anche strumento di educazione allo sguardo: un invito a leggere la realtà nella sua interezza, a riconoscerne le s t r u t t u r e  n a s c o s t e , a  s o t t r a r s i  a l l a
semplificazione e all’indifferenza. Anche su frammenti fragili, anche in condizioni
estreme, è possibile raccogliere il vento e generare futuro.

Il vernissage di sabato 21 febbraio ha registrato una partecipazione straordinaria, con oltre cento persone presenti e numerosi visitatori costretti ad attendere all’esterno prima di poter accedere agli spazi. L’inaugurazione, introdotta dalla giornalista Giorgia Brandolese e accompagnata dalle letture poetiche di Monica Cecchinato, è stata arricchita dal videomessaggio di Luca Casarini, fondatore di Mediterranea, impegnato in contemporanea a Trapani per una commemorazione, insieme a Don Mattia Ferrari, delle vittime del Mediterraneo causate dal ciclone Harry. Nel suo intervento Casarini ha sottolineato il valore dell’arte come strumento capace di scalfire l’indifferenza, ribadendo che salvare vite non è un crimine e che la solidarietà non si processa.

Momento centrale del programma è stato l’incontro pubblico di sabato 28 febbraio con Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, moderato dal rodigino Francesco Casoni. La sala gremita ha confermato il bisogno diffuso di strumenti per comprendere la complessità delle dinamiche in corso. Nel suo intervento, Facchini ha ricostruito il quadro politico ed economico che negli ultimi anni ha prodotto l’attuale scenario di guerre, respingimenti e diseguaglianze strutturali, mettendo in luce come le migrazioni forzate non siano un’emergenza improvvisa, ma il risultato diretto di scelte precise.

È emerso con chiarezza il legame tra politiche migratorie, militarizzazione dei confini e interessi economici, con particolare attenzione al ruolo dell’industria bellica e alla crescente normalizzazione della guerra come strumento di governo delle crisi globali.

In questo contesto, Facchini ha evidenziato come le responsabilità non siano lontane né astratte, ma attraversino anche i territori locali, le economie e le scelte industriali, dimostrando che ciò che accade nel Mediterraneo riguarda direttamente anche noi.

Durante tutta la durata della mostra, la Pescheria Nuova si è trasformata in uno spazio vivo: visite quotidiane continue, incontri informali, dialoghi con le classi e gli insegnanti, momenti di confronto spontaneo. All’ingresso, un quaderno lasciato volutamente bianco ha raccolto pensieri, parole, disegni e riflessioni del pubblico, diventando giorno dopo giorno una narrazione collettiva.

Mediterraneo-Mediterranea si è così affermata come molto più di una mostra:
un laboratorio culturale e politico, un luogo di incontro e presa di posizione, un omaggio a chi ogni giorno, in mare e lungo le rotte di terra, sceglie di disobbedire a politiche ingiuste per affermare il diritto alla vita, alla libertà di movimento e alla dignità umana.

In un tempo in cui l’Europa sembra smarrire  i valori fondanti della propria storia
democratica, il successo di pubblico e la qualità delle relazioni nate attorno a
questo progetto indicano una direzione possibile: continuare a costruire spazi
capaci di unire arte, partecipazione e responsabilità civile. Perché difendere le
persone, e non i confini, non è solo uno slogan, ma una scelta collettiva.

Le poetiche degli artisti in mostra

GIORGIA CANGIANO – In presenza di assenza Il lavoro di Giorgia Cangiano si muove sul confine tra memoria, sottrazione e rivelazione. Le sue opere nascono da un processo lento e rituale: l’immagine viene trasferita sul supporto, poi l’acqua ne erode la superficie, facendo emergere ciò che resta. Non è distruzione, ma scavo. Un atto paziente che porta alla luce impronte fragili, tracce di passaggi, segni di vite. Attorno a queste presenze minime, l’artista innesta colori, materiali
poveri, frammenti di luoghi e di tempo. In un mondo dominato dal rumore e dalla velocità, la bellezza diventa così una forma di resistenza silenziosa. Ogni opera è un’unicità salvata dal naufragio, un piccolo altare dedicato alla “memoria per l’oblio”, dove ciò che resta diventa verità.

DIEGO FORNO – Là dove tutto è nudo, tutto è verità Le opere di Diego Forno nascono dall’urgenza di sottrarre oggetti, materiali e frammenti di realtà all’oblio. Assemblaggi precari e composizioni ibride che tengono insieme perdita e
possibilità, dolore ed energia rivoluzionaria inespressa. In un tempo in cui l’umanità sembra smarrire se stessa, l’arte diventa per Forno un gesto di rivelazione: creare significa svelare, mettere ordine, ridare nome e senso al mondo. Le sue opere sono entità vulnerabili ma resistenti, che custodiscono memorie, rabbie, delusioni e desideri, trasformandoli in materia viva, pronta a interrogare chi guarda.

GIGI GIOLI – Oggetti inclini al celibato / Presenze quasi segrete / L’urto del contemporaneo Il lavoro di Gigi Gioli attraversa oggetti, installazioni e immagini che sembrano emergere da un tempo altro, ancestrale. Oggetti semplici, spesso privi di funzione produttiva, sospesi tra ritualità e gioco, tra silenzio e contemplazione. Le sue tele e installazioni evocano universi interiori profondi, opposti al frastuono del presente. In esse convivono il rifiuto dei confini che uccidono, l’opposizione a ogni guerra e la tensione verso una nuova umanità. Le sue opere diventano così strumenti poetici e politici insieme: fragili e potenti, capaci di interrogare il nostro rapporto con il tempo, la memoria e la responsabilità.

ROSANNA LAZZARI – Passaggi e dimore Le immagini di Rosanna Lazzari nascono da un diario di viaggio in Eritrea, dove l’artista ha operato come
volontaria in progetti di sostegno alla scolarizzazione. Il suo sguardo si posa sugli interni, sulle soglie, sui dettagli apparentemente superflui: un vaso di fiori, una
tenda ricamata, il colore di un abito. In questi frammenti si rivela il valore della bellezza come qualità etica, capace di restituire umanità anche nelle
condizioni più difficili. La fotografia diventa così strumento di cura e di testimonianza: un modo per raccontare la dignità, la resilienza e il radicamento
profondo delle persone, oltre ogni violenza, guerra e tentativo di annullamento.

ANDREA SPINARDI – Resistenza alla sparizione Le opere di Andrea Spinardi mettono al centro il corpo come luogo ultimo dell’esistenza. Corpi in fuga, volti scomposti, immagini che si dissolvono e tentano di resistere alla propria
cancellazione. Attraverso smalti, gessi, stampe e collage, l’artista costruisce figure in tensione tra presenza e sparizione. I volti diventano superfici fragili, attraversate da segni e intarsi, impronte di storie destinate a scivolare ai margini della Storia ufficiale. L’arte si fa gesto di resistenza, capace di restituire volto, dignità e possibilità.

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