Avevamo evidenziato come una futura mamma, sapendo di dover essere trasferita in un altro ospedale dopo il parto o percependo l’incertezza sul futuro del reparto, sia naturalmente portata a scegliere fin dall’inizio una struttura diversa. Una scelta comprensibile, che però produce una conseguenza inevitabile: meno parti, numeri sempre più bassi e un ulteriore argomento a favore della chiusura.
Nei giorni successivi abbiamo inoltre raccolto diverse segnalazioni secondo cui cesarei programmati, gravidanze non fisiologiche e gravidanze a rischio verrebbero indirizzati verso altri ospedali. Per questo abbiamo chiesto all’ULSS 5 di chiarire pubblicamente quali siano oggi le direttive adottate e con quali criteri vengano indirizzate le future mamme. Su questo punto attendiamo ancora una risposta.
Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni sulla stampa locale sembrano confermare una tendenza che ci preoccupa: un progressivo tentativo di “normalizzare” la possibile chiusura del Punto nascite, quasi a voler abituare l’opinione pubblica all’idea che si tratti di una decisione inevitabile. Da un lato si richiama il parametro dei 500 parti annui come elemento determinante per la sicurezza del reparto; dall’altro si attribuisce il calo delle nascite soprattutto alle scelte delle future mamme. Una narrazione che rischia di trasformare gli effetti nelle cause.
Vale quindi una riflessione proprio sul parametro dei 500 parti annui. La soglia individuata dal Comitato Percorso Nascita nazionale, definita oltre dieci anni fa in un contesto demografico profondamente diverso da quello attuale, è davvero ancora il criterio più adeguato per valutare i bisogni di un territorio come il Basso Polesine, caratterizzato da bassa densità abitativa, lunghi tempi di percorrenza e difficoltà nei collegamenti?
Se il parametro fosse realmente assoluto, la normativa nazionale non avrebbe mai previsto la possibilità di concedere deroghe. Ed è proprio grazie a queste peculiarità territoriali che nel 2018 il Punto nascite di Adria aveva ottenuto la deroga ministeriale. Caratteristiche che, peraltro, la stessa DGR n. 453 del 28 maggio 2026 continua a riconoscere, prevedendo il mantenimento di servizi ostetrici territoriali, del trasporto assistito materno e di altre misure dedicate.
Anche l’appello del sindaco Massimo Barbujani alle future mamme affinché scelgano di partorire ad Adria merita una riflessione. A nostro avviso il ragionamento andrebbe completamente ribaltato. Una donna sceglie di iniziare il proprio percorso nascita in un ospedale quando ha la certezza di essere presa in carico e accompagnata fino al parto in una struttura stabile, efficiente e destinata a rimanere aperta. L’incertezza produce inevitabilmente l’effetto opposto: famiglie e professionisti si orientano verso ospedali che garantiscono continuità nel tempo, evitando il rischio di trovarsi, a percorso iniziato, sotto la costante spada di Damocle della chiusura.
Per questo riteniamo che parlare oggi di “numeri impietosi” non aiuti il territorio. Al contrario, significa rafforzare proprio quella logica esclusivamente numerica che viene utilizzata per mettere in discussione il futuro del Punto nascite.
Solo un atto politico chiaro può restituire fiducia ai cittadini, alle future mamme e agli stessi professionisti. Solo eliminando lo spettro della chiusura sarà possibile creare le condizioni perché le famiglie tornino a scegliere Adria con la serenità di poter completare lì l’intero percorso nascita.
Impegno per il Bene Comune continuerà a sostenere questa battaglia con una convinzione semplice: il futuro del Punto nascite non si difende chiedendo alle donne di cambiare comportamento, ma restituendo al territorio un servizio stabile, credibile e con una prospettiva certa. Solo dopo potranno tornare anche i numeri.



