L’ARCI di Rovigo ha scelto da tempo di misurarsi sui grandi problemi sociali e culturali che investono il suo territorio.
Lo ha fatto pensando che occorra giungere nel più breve tempo possibile ad una sintesi progettuale che metta insieme i vari attori che vi operano.
Questo perchè se si vogliono affrontare questioni nodali è importante che ciò avvenga unitariamente e mettendo attorno a un tavolo chi può e vuole realmente dare un contributo.
E’ un aspetto formale che però a Rovigo diviene sostanza.
Stiamo in questo caso ponendoci il problema del Museo dei Grandi Fiumi.
Il metodo, lo ripeto, appare fondamentale: corrisponde alla futura capacità di ottenere risultati e di avere una positiva riuscita.
Tutto questo perchè il Museo dei Grandi Fiumi è qualcosa di più e di diverso da un semplice bene culturale.
Esso ha innanzitutto alcuni valori precisi: da una parte è segno identitario e dall’altra assume un valore prospettico.
Il valore identitario è chiaro ed il suo fondatore Gabbris Ferrari lo evidenziava fin dai primi passi della sua creazione.
Rovigo è un incrocio straordinario tra terra e acqua, tra acque diverse, tra mondi che storicamente le hanno gestite, amate, sopportate, subite.
E non è una questione del solo Delta del Po.
E’ un tema che si sviluppa in ogni dimensione provinciale attraversando le terre che hanno gioito e subito la presenza dei fiumi ed il rapporto con il mare.
Non occorre riprendere Claudio Magris per sapere come le civiltà si incrocino con il corso delle acque che quasi le rappresentano, le simboleggiano.
Ed infatti qui nasce anche la seconda tematica che si incrocia con il Museo dei Grandi Fiumi.
Quel “portato” che si lega alla civiltà e che in queste terre coniuga particolarmente i beni naturali ed ambientali con quelli più storicamente legati ai giacimenti culturali.
E’ la civiltà che scorre sulle acque e si deposita nei luoghi dell’analisi storica, della riflessione identitaria.
Un incrocio quindi tra natura e cultura, tra storia e territorio, tra produzioni e civiltà.
Tutto ciò esplicita a mio parere bene perchè il Museo dei Grandi Fiumi sia oggetto di grande attenzione.
Esso è infatti patrimonio e simbolo, immagine e relazione.
Patrimonio perchè contiene opere che parlano e che raccontano la storia delle terre.
Simbolo perchè ci racconta di come potrebbe essere il futuro investendovi e immaginandolo come chiave di conoscenza e di relazione con un intero territorio.
Immagine perchè può consentire di guardare al passato ma anche di immaginare un futuro diverso fatto di contatti internazionali, di situazioni similari, di valorizzazione di ciò che in queste terre si produce e si fa.
Relazione perchè consente il rapporto con chi nella storia culturale ha guardato agli incroci tra terra e acqua come a un tema di grande rilevanza scientifica e figurativa.
Perchè consente, nello stesso tempo, di intrecciare storie comuni che non si sono quasi mai parlate come quelle dei Delta dei grandi fiumi europei e non e dei loro Musei.
E’ quindi il Museo dei Grandi Fiumi un oggetto del desiderio reale perchè non si parte da zero ma da uno splendido monastero, da un insieme di reperti organizzati, da uno studio in corso e che presto vedrà la luce da parte di un’azienda a ciò titolata e di un senso del territorio profondamente maturato in questi anni.
Le terre rodigine hanno bisogno di una chiave esplicativa che permetta di trasformare l’interesse per gli eventi che oggi vi sono a Rovigo in una voglia vera di conoscere e di stare in queste terre a scoprirle, a guardarle e ad interpretarne i prodotti.
Un contributo quindi anche all’immaginario collettivo di Rovigo.
Oggi spesso non “definita”, non compresa ed invece degna di un’attenzione nuova.
I Musei a volte sono un luogo che serve a conservare.
Gli oggetti, i quadri, le statue, la storia.
In altri casi sono anche valorizzazione perchè aprono e chiedono il pubblico usando strumenti multimediali e modi di comunicare più consoni anche alle nuove generazioni.
In questo caso queste due definizioni, conservare e valorizzare sono certamente vere ma segnano anche ulteriori opportunità.
Ne indico due che mi paiono abbastanza nuove e soprattutto necessarie.
La prima è quella che definiremo la “rete” dei Beni Culturali e Naturali.
Si tratta di avere un Museo che esce fuori dalle sue mura che vive con gli altri Musei e con gli altri Centri Culturali, che da e riceve immagine, che permette itinerari, che consente scoperte di vita e di ambiente.
Dall’altra un Museo immagine che costruisce quelle relazioni internazionali che esulano dalla semplice occasione e diventano realtà continuativa.
Perchè le terre e le acque si parlano nei Musei, nelle opere, nei dipinti e far diventare Rovigo centro di questa opportunità potrebbe non essere più un sogno.
Avere un progetto significa sapere dove si vuole andare, significa dimensionare i propri passi, significa avere fiducia innanzitutto in sé stessi.
Il Museo dei Grandi Fiumi ci consente di guardare al futuro.
Maurizio Cecconi
Maurizio Cecconi e Ottavio Borsetto hanno svolto le relazioni in una recente conferenza organizzata da Arci in collaborazione con l’Associazione degli Amici dei Musei in occasione dei 25 anni dall’inaugurazione del Museo dei Grandi Fiumi. Qui il collegamento alla registrazione



