Riprendiamo un articolo di Maurizio Cecconi da Il Diario online
Confesso che è difficile oggi essere saggi.
E questa difficoltà non nasce dalla complessità della situazione internazionale cui siamo di fronte e che pure è evidente.
Nasce dallla profonda debolezza del nostro stesso pensiero.
Abbiamo bisogno di guardare alle ragioni e non solo ai comportamenti delle forze che sono in gioco.
Anche qui l’impegno è poderoso perchè dobbiamo e siamo contemporaneamente costretti a superare concetti di vita e metodologie di pensiero che appaiono consolidati nel nostro modo di essere persone “civili”.
Infatti il rifiuto di morti violente, torture, attacchi a civili inermi, costrizioni economiche e/o morali fa parte di una tradizione culturale e filosofica che ci accompagna da tanto tempo e che è giusta.
Anche qui però riscontriamo un limite del tutto esplicito nel nostro comportamento.
Non abbiamo mai sopportato ciò che vedevamo essendone testimoni o di cui venivamo a conoscenza grazie al coraggio di alcune componenti della comunicazione.
Attenzione, la nostra ribellione non era su tutto ciò che ovunque accadeva.
A questo riguardo l’esempio odierno del Sudan è macroscopico.
Ci appare così lontano e così inconcepibile dal divenire rimosso, annullato, relegato negli abissi della memoria.
Tornando al concetto principale chiedo di ragionare senza obblighi di morale, senza sentimenti traboccanti che appaiono legittimi ma forzatamente indirizzanti il giudizio ed a volte devianti la comprensione della realtà.
Ci vorrei, per un attimo, volutamente privi di coscienza storica e ideale civile.
Quindi nudi e crudi.
Ed allora leggeremmo la realtà in modo diverso.
Meno nobile e passionale, a volte forse troppo economicistica, probabilmente arida.
Ma utile.
E tra l’altro sarebbe interessante capire se il nostro comportamento possa essere solo il frutto avvelenato di questa attuale civiltà o invece una eredità comune che ha radici antiche.
Ma questo è un altro tema.
Tutto ciò per dire che sono in disaccordo con coloro che pensano – è un esempio ma è importante – che Biden, l’ex Presidente USA sia sostanzialmente diverso da Trump, l’attuale.
La vulgata giornalistica sottolinea questa diversità ed io stesso non posso non notarla apparentemente.
Sostengo però che questa è di modi, di atteggiamenti, di esternazioni.
Ma è forma, non sostanza.
Perché le ragioni di fondo che spingono i comportamenti dei leader statunitensi sono le medesime.
Il ciclone Trump sicuramente è “altro” dalla vecchia volpe Biden.
Uno urla e l’altro accennava, il primo fa anche pubblicamente i suoi affari mentre il secondo sembrava più distaccato.
Trump ideologizza i comportamenti e non teme di mentire, Biden agiva sotto traccia preferendo spesso l’intelligence al macismo militare.
Ma la verità è che lavorano sullo stesso corpo in crisi: gli Stati Uniti.
Perché gli USA hanno un debito pubblico che regge solo perchè il dollaro è ancora la moneta di scambio mondiale (ma la paura dei BRICS è forte…).
Perché la dimensione di ex gendarme della libertà e di risolutore di problemi nonché di matrice di sviluppo è messa in crisi ovunque dall’espandersi economico e diplomatico della Cina ( in Africa, Asia e non solo…).
Perché la rinascita della Russia è evidente visto che con le sue dimensioni territoriali irraggiungibili è riuscita a restaurare un regime per molto tempo considerato caduco e destinato a lasciar penetrare l’Occidente nelle sue ricchezze ( l’Ucraina baluardo occidentale e l’espansione innaturale della NATO avevano il senso di prepararsi ad una spartizione delle spoglie che poi è entrata in crisi dopo la scomparsa di Eltsin).
Ed infine perchè l’Europa è ritenuta inutile ed arrogante con le sue esportazioni tutte ad ovest e le importazioni di energia che fino all’inizio della guerra erano tutte ad est (e l’Europa faceva poi, non va dimenticato, anche la parte della sanguisuga protetta com’era dall’ombrello militare NATO pagato in maggior parte dagli USA stessi).
I riferimenti di Trump e Biden erano e sono gli stessi.
Sembra poi che l’assordante silenzio dei democratici statunitensi (nella contestazione a Trump) non sia solo il frutto della loro debolezza e nemmeno delle angherie del Presidente così superpotente e volutamente “dominus”.
Non voglio esagerare ma per certi versi credo che qualcuno di loro pensi: “lasciamo fare il lavoro sporco a lui”.
Quello che mi preme osservare è che le “ragioni” sono le stesse.
Ed i comportamenti non potranno non tenerne conto e chi pensa che i democratici – eventualmente vincitori delle elezioni di metà mandato – invertiranno totalmente la rotta di Trump si sbaglia.
Quindi non mi aspetto cambiamenti epocali negli Stati Uniti.
Forse un po’ di belletto.
Nulla di più.
Perché il nemico rimane la Cina, l’amico sciocco che va spogliato e usato l’Europa, il luogo su cui spostare gli equilibri in proprio favore il Medio Oriente, la terra promessa delle nuove ricchezze la Russia.
Ed anche Putin non ha a caso un buon rapporto con Trump.
Segue infatti le medesime logiche e poco importa se il nome del Premier sia il suo o quello di un altro perché le scelte non sono facilmente opinabili.
La Russia è una realtà che si guida, non una carrozza delle favole.
Gli atti lo dimostrano.
L’alleanza con la Cina, i BRICS, l’espansione in Africa : tutti segni di un desiderio di protagonismo che sarà di chiunque guidi e guiderà quel Paese: la ritrovata funzione internazionale della Russia come leader. Militare e dell’energia oggi.
In futuro anche d’altro.
La Cina è un esempio altrettanto utile.
Su due lati.
Quello interno ove la forma non democratica del governo stupisce ma rimane garanzia di solidità e credibilità.
E lo rimane per tutti, non solo per i cinesi.
Quello esterno che segna la presenza di un nuovo attore ormai consolidato per la sua forza e la sua qualità (e la qualità non era certo nelle nostre previsioni).
Un attore diplomatico e non guerriero.
Un protagonista molto vicino ad una idea democratica della convivenza all’esterno (ed ho la sensazione che l’Europa non lo capisca veramente) al contrario di ciò che è dentro di sè.
E allora?
Il tema è chiaro: quando esistono posizioni così diverse e comportamenti così contrastanti o competitivi tra gli Stati non si possono lasciare le singole volontà al loro divenire.
Non basta sperare nel destino.
Non si può consentire che le dinamiche interne divengano ragione di atti automaticamente, senza luoghi di mediazione e di trasferimento delle crisi.
La scomparsa dell’ONU non è un accadimento.
È una scelta drammatica e voluta.
E ciò è di enorme importanza perchè questi atti singoli non avranno più regole di contenimento nella loro turpitudine.
Lo dimostrano le guerre: a Gaza come a Beirut, in Sudan come in Ucraina.
Ricordiamocelo: queste scelte travolgeranno i popoli che del resto appaiono a volte facilmente corruttibili da parole d’ordine salvifiche, vedi sovranismo e difesa protezionistica dei propri valori culturali, identitari ed economici.
Quindi credo sia il caso di riprendere con grande interesse quello che è successo a Barcellona nell’incontro tra le forze socialiste, democratiche e progressiste del Mondo.
Ed è fondamentale proprio in quest’ambito il valore dell’Europa.
Ma non un valore generico, geografico, mnemonico o solo “armato”.
Il valore può avere una unica chiave di volta: essere il rilancio dei significati che abbiamo iniziato a costruire nel ‘900 e che oggi sono sotto attacco.
Diritti economici, civili e democratici.
Su questo si scoprirà chi è progressista, socialista e democratico al di là delle sigle.
Ripresa quindi di un senso comune di appartenenza al significato vero della parola “progresso” forte nelle sue caratteristiche storiche e culturali.
Per questo costruire in ogni Paese europeo una forza socialista, democratica e progressista che aspiri a governare è un imperativo categorico.
E per questo la dimensione dell’attuale Partito Socialista Europeo appare inconsistente, farraginosa, burocratica.
L’Europa non può più essere solo un ideale immaginario.
Deve diventare un obiettivo concreto e politico.
Non basta più la comunicazione dell’ideale europeo, ce ne siamo accorti tutti da tempo.
Ma abbiamo scelto il silenzio pensando che l’interesse per l’Europa costringesse la politica ad un passo indietro.
Non è così.
Pedro Sanchez, il leader socialista spagnolo lo dimostra e soprattutto toglie a tutti noi l’obbligo di questo falso equivoco.
Maurizio Cecconi



