Ci avviciniamo alla campagna elettorale per le regionali del prossimo autunno, candidati e candidabili scaldano i motori e si preparano a percorrere in lungo e in largo le nostre contrade: auguri a loro e a tutti noi! Pensando a Rovigo e al Polesine, in particolare, c’è da augurarsi che alle tradizionali parate, ai brindisi e ai cicchetti si possa affiancare una discussione utile e franca sui problemi reali (e sulle possibili soluzioni) di un territorio che, lo ricordavano gli ultimi dati, continua a “esportare” giovani cervelli oltre confine e a registrare mese dopo mese il calo della produzione. Negli ultimi giorni, un tema in particolare non ha provocato le reazioni che avrebbe certamente meritato: la questione del futuro delle “aree interne”.
Per ragioni di convenienza o di comprensibile ma non giustificabile prudenza politica, in pochi hanno rimarcato come l’annunciato “de profundis” per le aree interne proveniente da Roma (Piano strategico delle aree interne 2021-2027) rischi oggi seriamente di suonare come una campana a morto per il Polesine e, in particolare, per un’area come il Delta del Po.
Che cosa sono le aree interne? Detto in soldoni, le aree che nel nostro paese rischiano lo spopolamento nei prossimi anni. E sono, in Italia, soprattutto zone di montagna e di collina, dove sempre più complicato è mantenere servizi e presidi territoriali.
Tuttavia, soltanto qualche anno fa, grazie ad un impulso del sottoscritto (mi si perdoni se per una volta devo parlare di me stesso, ma in questo caso devo ricordare come andarono le cose), all’accoglienza del ministro De Vincenti, di Fabrizio Barca e al lavoro egregio compiuto localmente dal tavolo del Contratto di foce, il nostro Delta fu riconosciuto come area interna sperimentale (credo, all’epoca, unica area costiera italiana insieme al Basso Ferrarese), rendendo possibile l’attivazione di finanziamenti e, soprattutto, di progettazioni e collaborazioni tra i comuni del Basso Polesine compresi nel progetto da Rosolina a Porto Tolle.
Tecnicamente, un quadro partecipativo di “politiche di coesione” da realizzarsi con l’obiettivo di invertire la tendenza allo spopolamento e supportare costruttivamente la cooperazione tra le amministrazioni coinvolte nonché la pianificazione o, nel caso, la messa in comune di funzioni significative. Un progetto ambizioso di rigenerazione sociale e ambientale.
Oggi demografia è sotto gli occhi di tutti, eppure troppo poco ricordata: perdono abitanti anche i comuni lungo l’asta della Romea che, fino a pochi anni fa, li guadagnavano e “tiravano” le realtà contermini. Se si pensa, come abbiamo appreso in questi giorni da fonti istituzionali, che il declino delle aree interne sia qualcosa di irreversibile e che questo processo debba essere semplicemente accompagnato scegliendo la “riduzione del danno”, è bene si sappia che qualsiasi ulteriore discussione sulle prospettive di sviluppo per il Delta, ma più in generale per il Polesine, dovrà essere non solo ridimensionata, ma considerata come una fumosa utopia: in primis per la mancanza, uso questa espressione per farmi capire, della quota minimale di capitale umano necessario per la sopravvivenza e per l’auspicabile resistenza/resilienza economica e sociale di un territorio così particolare.
Ecco perché la scomparsa o il declassamento delle politiche di coesione, per quanto possa suonare come qualcosa di lontano o addirittura burocratico, e argomento poco di moda perché non immediatamente monetizzabile, non farebbe che mettere il timbro su una via di non ritorno che equivale a certificare quasi sicuramente la fine del Polesine per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi settant’anni almeno. Certo, mette i brividi poter immaginare un territorio svuotato, come già accaduto per interi territori in Spagna (cit. Sergio Dal Molino, “La Spagna vuota”, 2019) e ridotto a villaggio turistico diffuso. Tema, pure questo, che le classi dirigenti, da destra a sinistra, non possono permettersi di ignorare nella imminente e importante corsa elettorale per il Veneto.
Diego Crivellari



