ROVIGO – Mentre l’Europa brucia sotto quinte ondate di calore e il mare “bolle”, il dibattito pubblico locale sembra ancora prigioniero di una “rimozione” collettiva che ignora la gravità della crisi climatica. La vicenda del nuovo stabilimento di lana di roccia FIR a Borsea non è solo una questione di confini amministrativi o di permessi urbanistici: è il simbolo di un modello di sviluppo predatore che continua a ignorare i limiti del pianeta e la salute delle persone in nome del profitto.
La scienza ci avverte da decenni che la crisi climatica è il risultato di scelte deliberate e di un sistema economico fondato sull’illusione di una crescita infinita. In questo contesto l’insediamento FIR rappresenta un ritorno al passato: una tecnologia di produzione di lana di roccia vecchia di 50 anni che utilizza formaldeide e fenoli, sostanze classificate come cancerogene dall’OMS e dallo IARC [6-8]. Proporre oggi tali processi, quando esistono alternative “formaldehyde-free” e leganti naturali, significa scegliere consapevolmente la via
più inquinante perché più remunerativa per gli investitori, scaricando i costi ambientali e sanitari sulla collettività.
Rovigo è già una delle città più inquinate del Veneto, costantemente a rischio per il superamento dei limiti di PM10. Aggiungere un camino di 39 metri che fonde minerali in un’area già critica non è “progresso”, è accanimento. Il tentativo di smantellare l’Articolo 23 del regolamento dell’Interporto – un presidio fondamentale basato sul principio di precauzione – dimostra come la politica locale stia cercando di rimuovere gli ultimi ostacoli a tutela dei cittadini per favorire il “capitalismo fossile”.
La crisi climatica non si affronta solo con piccoli gesti individuali, ma cambiando
radicalmente le regole del sistema. Difendere il territorio dalla fabbrica FIR significa:
1. Rifiutare tecnologie obsolete che emettono composti organici volatili (COV) pericolosi durante tutto il loro ciclo di vita.
2. Rivendicare una logistica realmente sostenibile (gomma-ferro-acqua) per l’Interporto, invece di trasformarlo in una zona per industrie insalubri di prima classe.
3. Promuovere l’edilizia bio-compatibile basata su materiali naturali come la canapa, che offrono durabilità e comfort senza avvelenare l’aria. Il Comitato NO FIR, nato dalla partecipazione di cittadini di Borsea, Sant’Apollinare e Fenil del
Turco, rappresenta quella “domanda collettiva” necessaria per imporre alla politica un cambio di rotta. La paura del disastro climatico deve trasformarsi in forza politica per chiedere ciò che oggi sembra intoccabile: la salute e l’ambiente prima dei dividendi societari.
Per questo inviatiamo la cittadinanza ad aderire alla raccolta firme contro l’impianto promossa dal comitato, presso la tabaccheria e l’edicola di Borsea durante gli orari di apertura, e a partecipare martedì 1 settembre alle 18 all’assemblea, sempre a Borsea, dove verrà presentato il progetto dal comune e dall’azienda. Facciamo sentire la nostra voce.
Non permetteremo che Rovigo diventi la pattumiera del Veneto per l’ennesimo progetto industriale respinto altrove. La nostra lotta è parte di una sfida globale: fermare chi sta “incendiando il mondo” per denaro e ricostruire un futuro in cui la vita valga più della merce.
Rifondazione Comunista – Circolo “A. Gramsci” Rovigo


