Da alcune settimane, senza particolari clamori, è stato reso pubblico un importante documento ministeriale che era stato approvato a marzo di quest’anno. Si tratta del “Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne” che potrebbe invece avere importanti ricadute negative anche nella nostra Provincia.
In tale Piano Strategico, che parte da una premessa condivisibile, è però poi testualmente scritto (obiettivo 4) che “un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino ed invecchiamento, in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
E’ evidente che queste aree interne diffuse – comprese nell’obiettivo 4 sopra citato – interessano anche il Polesine in cui molte delle caratteristiche indicate sono purtroppo presenti: abbiamo ben 31 Comuni polesani su 50 che sono sotto 3.000 abitanti (solo 6 sono sopra i 10.000); molte sono le fragilità economico-sociali ancora presenti con i redditi da lavoro e pensione tutt’ora più bassi del Veneto; il recente rapporto Caritas segnala che anche nella nostra Provincia è aumentata di molto la percentuale di poveri; negli ultimi 10 anni abbiamo un meno 35% d’imprese di under 30; siamo la Provincia più anziana del Veneto ed è in atto un grave spopolamento progressivo con uno squilibrio sempre più ampio tra vecchie e nuove generazioni (per il calo demografico ma anche per l’emigrazione di molte persone in età da lavoro, soprattutto giovani, verso altri Territori – circa cinquemila nel solo 2024) a cui si aggiunge un trasporto pubblico locale molto carente. Un verdetto quindi più che una strategia per questa parte di aree interne, sancito nel documento ministeriale: davvero inaccettabile. Lo Sato rinuncia di fatto all’idea di tentare d’invertire la tendenza allo spopolamento ed al declino. Semplicemente lo si accompagna e normalizza, una sorta di lenta eutanasia. Significa quindi che diventa inutile investire in questi luoghi per trattenere i giovani e cercare di rendere queste aree nuovamente attrattive.
Tutto ciò rende ancor più urgente uno “scatto in avanti” da parte di tutti i soggetti politico-istituzionali e sociali del nostro Territorio anche per contrastare nei fatti l’irricevibile Piano Strategico predisposto dallo Stato. Come da tempo proponiamo, è necessario pensare ed agire con uno sguardo più alto in una logica di area vasta, che esca dalla politica dell’orticello in cui ciò che accade in un piccolo Comune è affare solo di quel Comune o al massimo di quelli limitrofi. Vanno create sinergie per fare sistema tra tutti i soggetti che diano forza e capacità progettuali concrete al Polesine, superando con questo obiettivo le pure legittime divisioni di appartenenza politica. Sia per contrastare politiche sbagliate statali (che continua inoltre a tagliare trasferimenti finanziari anche ai Comuni piccoli) sia per cogliere opportunità ed investimenti a tutti i livelli, sia per progettare e mettere finalmente a terra opportunità di sviluppo di qualità in grado di rilanciare il nostro Territorio e renderlo attrattivo anche per chi viene da fuori (italiani e non). Abbiamo proposto da tempo che lo “strumento” potrebbe essere l’IPA (intesa programmatica d’area) ma anche di questa si sono perse le tracce ormai da un anno.
Bisogna partire dalla vocazioni del nostro Territorio, per realizzare insediamenti che portino lavoro di qualità sotto tutti gli aspetti. Questo è la priorità per far tornare attrattivo il Polesine e dietro alla quale potrebbero poi emergere risorse e possibilità di agire nei servizi necessari, a partire dal trasporto pubblico e dalla questione abitativa. Proprio le aree interne possono essere luoghi favorevoli per questo tipo di attività, con progettualità che coinvolgano tutti i soggetti territoriali e con adeguati investimenti, magari dirottandoli da altri capitoli a cominciare da una parte dalle spese che si vogliono irresponsabilmente destinare a riarmo. Si potrebbe cos’ agire sul settore manifatturiero con filiere corte, sul cosiddetto turismo lento e sostenbile che coinvolga tutta la Provincia uscendo dalla sola logica della stagionalità, fino all’agricoltura sostenibile e innovativa ed alla difesa idro-geologica. Dentro a tale strategia potrebbero stare anche le società partecipate locali che, come abbiamo cercato di proporre con cisl e uil recentemente a politica ed istituzioni locali, guardino nel medio periodo a come rinforzarsi lavorando insieme, superando frammentazione e alcune litigiosità partitiche, per dare loro maggior valore: potrebbero diventare così un serio volano di sviluppo ed occupazione di qualità nel Territorio.
In termini di “rete” in area più vasta un buon esempio, importante ma non sufficiente, è rappresentato da AURO (Area Urbana Rovigo) ma ancora troppo spesso la nostra Provincia sembra invece essere terra di conquista da parte di società private per imporre attività ed insediamenti che invece altri Territori sembrano riuscire a tenere lontani proprio facendo “sistema”. Non si spiega altrimenti perché sempre in Polesine arrivino, solo per citare gli ultimi, progetti di recupero fanghi di depurazione a Loreo, di trattamento di rifiuti anche pericolosi ad Adria (su cui già circa un anno e mezzo fa avevamo espresso forti perplessità come Cgil), vari impianti di biometano nella stessa area, senza una chiara logica, ed in cui si mette in discussione paradossalmente proprio quello della società partecipata pubblica che gode di finanziamenti PNRR e chiuderebbe il ciclo locale dei rifiuti. Tutto ciò non sembra creare sviluppo di qualità ma solo nuovi “conflitti” di antica memoria tra lavoro, salute ed ambiente, finendo per trasformare eventuali opportunità occupazionali in ricatto occupazionale. Un rischio totalmente da respingere.
A tutto questo va aggiunta un ulteriore urgenza per le nostre aree interne che si spopolano (anche qui come Cgil insieme a Cisl e Uil propone da tempo nell’ambito della negoziazione sociale): unione e collaborazione seria tra i tanti piccoli Comuni, guardando in prospettiva a vere e proprie fusioni che creino realtà di non meno di 10mila abitanti. Ciò consentirebbe di fare sinergia ed economia di scala rendendo più solido l’intero nostro Territorio. Vi sono in tal senso anche esempi virtuosi a cui guardare come avviene, ad esempio, con 10 piccoli Comuni dell’Alta Sabina nel Lazio. Si potrebbe studiarli adattandoli poi alle nostre specificità territoriali.
O ci si muove in questa direzione, anche con coraggio, tutti insieme, a partire da istituzioni e politica locale o saremo destinati davvero a rassegnarci all’inaccettabile declino delineato in quella parte di Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne elaborato dal Governo. Non rimane ormai molto tempo.
Pieralberto Colombo – segretario generale Cgil Rovigo



