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Verdi Civici a proposito del Pride a Rovigo in Piazza Matteotti

Il Pride non è una carnevalata volgare, né una “invasione” del centro storico. Il Pride è una manifestazione civile, politica e culturale che nasce per ricordare che milioni di persone, ancora oggi, vengono discriminate, insultate, aggredite o emarginate semplicemente per ciò che sono.

Definire “tribale” o “inopportuno” il fatto che delle persone LGBT+ vogliano esistere pubblicamente significa non aver capito il senso stesso di una società democratica. Nessuno “ostenta” un orientamento sessuale più di quanto facciano ogni giorno le coppie eterosessuali: mano nella mano, baci, famiglie, simboli, matrimonio, riferimenti continui alla propria vita affettiva. Quando però a farlo sono persone gay, lesbiche o transgender, improvvisamente diventa “provocazione”. Questo doppio standard è precisamente il motivo per cui il Pride esiste.

Dietro certe dichiarazioni c’è una visione profondamente retrograda: l’idea che alcune persone siano tollerabili solo se invisibili, silenziose, nascoste. Come se il “salotto buono” della città dovesse essere riservato a un’unica idea di normalità. Ma una piazza pubblica appartiene a tutti, non solo a chi rientra nei canoni tradizionali o rassicuranti per chi governa.

Il Pride non serve a scandalizzare. Serve a ricordare che i diritti non sono concessioni benevole della maggioranza, ma libertà fondamentali. Serve a dire ai ragazzi e alle ragazze che crescono sentendosi sbagliati che non sono soli. Serve a combattere il bullismo, le discriminazioni sul lavoro, le aggressioni, l’isolamento sociale. Serve a fare cultura, visibilità, comunità.

Ridurre tutto a “gente volgare” significa scegliere deliberatamente lo stereotipo più superficiale per ignorare il messaggio umano e politico della manifestazione. In ogni Pride ci sono famiglie, giovani, anziani, amici, associazioni, persone comuni. C’è chi sfila con ironia, chi con rabbia, chi con orgoglio, chi semplicemente per sentirsi finalmente libero di non nascondersi.

Una città matura non teme la diversità. La accoglie. Perché il decoro non viene rovinato da chi chiede rispetto, ma da chi usa il proprio ruolo istituzionale per alimentare esclusione e pregiudizio.

E fa riflettere che nel 2026 ci sia ancora bisogno di spiegare che la dignità delle persone non sporca una piazza. L’intolleranza, semmai, sì.

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