La (contro) riforma della giustizia che sarà sottoposta a referendum viene presentata come un intervento tecnico. Non lo è.
È una scelta politica che incide sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, riduce le garanzie democratiche e finisce per colpire, come sempre, le persone più fragili.
La giustizia non è un tema per addetti ai lavori e la magistratura non è un corpo separato. L’indipendenza della magistratura dal Governo e dalla politica è una garanzia fondamentale per tutte e tutti, soprattutto per chi ha meno strumenti per difendersi.
Ogni volta che la separazione dei poteri definiti dalla Costituzione si riduce, a pagare sono i più deboli.
Lo vediamo nei territori, nei circoli Arci, nei luoghi dove incontriamo povertà, discriminazioni, disuguaglianze. E lo vediamo nelle carceri, dove finiscono quasi esclusivamente gli ultimi, resi ancora più vulnerabili da politiche sempre più repressive.
Questa riforma rafforza il peso del governo sulla magistratura, avvicina la giurisdizione al potere politico e cambia lentamente, ma in profondità, il modo in cui vengono tutelati diritti e libertà. Non migliora la giustizia. Non riduce le disuguaglianze. Non risponde ai bisogni delle persone.
Il referendum non è un voto sul governo, né un giudizio sui magistrati.
Ci pone una domanda semplice e decisiva: chi controlla il potere?
Per questo Arci invita a votare No.
Non per difendere lo status quo, ma per difendere la democrazia costituzionale, la netta separazione dei poteri, l’uguaglianza e la dignità delle persone.
Difendere la giustizia significa difendere la democrazia.
Walter Massa
Presidente nazionale



