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Aperture festive: servono ancora?

Dal 2012, in questo periodo di inizio primavera, le lavoratrici e i lavoratori della grande distribuzione devono rispondere alla impellente domanda della clientela che gioca al toto-aperture festive: “Siete aperti a Pasqua? E Pasquetta? Il 25 aprile? Il Primo maggio?”

La liberalizzazione delle aperture festive e domenicali nel commercio si è dimostrata fallimentare. Le fanfare che suonavano per il superamento dello scoglio delle chiusure festive e domenicali, oramai sono solo scampanellii di chi, nonostante l’evidenza, continua a declamare le lodi della spesa la domenica e i giorni festivi.

Gli obiettivi di chi ha emanato questa Legge, cioè stimolare i consumi, favorire la concorrenza e adeguare l’Italia agli standard europei in un momento di crisi economica, sono rimasti tali solo sulla carta, perché i consumi non sono aumentati, la concorrenza ha acuito la distanza tra commercio di prossimità e la grande distribuzione, tra grande distribuzione ed e-commerce e non tutti i paesi europei hanno cercato di combattere la crisi liberalizzando gli orari di apertura. Inoltre, soprattutto nell’ultimo periodo, l’aumento dei costi dell’energia rende le aperture festive e domenicali antieconomiche, come ha riconosciuto una parte consistente delle imprese operanti nella grande distribuzione.

Per questo è necessario discutere al più presto in Parlamento le proposte di legge sulla regolamentazione degli orari e delle aperture festive degli esercizi commerciali e avviare un confronto con le organizzazioni sindacali del settore. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs territoriali di Rovigo auspicano che si apra finalmente il tavolo di confronto richiesto dalle tre sigle a livello nazionale alla commissione Attività produttive della Camera per regolarizzare le aperture festive e domenicali nel commercio.

Secondo Elisa Cavallaro della Filcams Cgil di Rovigo, Diego Marcomini della Fisascat Cisl Padova Rovigo e Michela Bacchiega della Uiltucs Rovigo, l’estensione degli orari di apertura ha determinato un ampliamento significativo dei turni, una richiesta di flessibilità portata a limiti insopportabili per coprire l’intero arco dell’anno – fino a 365 giorni – con conseguenti carichi di lavoro sempre più pesanti.

Inoltre, lavorare in modo continuativo anche nei giorni festivi ha infatti inciso profondamente sull’organizzazione della vita personale e familiare delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio, senza che ciò fosse accompagnato da un reale miglioramento delle condizioni economiche o da un incremento stabile dei livelli occupazionali.

Il settore continua ad essere caratterizzato da una prevalente componente femminile, monoreddito, con part time che sono spesso al limite della sopravvivenza economica, ma che non possono essere integrati con altri lavori per l’altissima flessibilità oraria, spesso imposta da scarsa capacità organizzativa e gestionale nei punti vendita.

Tornare a una gestione regolata delle chiusure domenicali e festive nel commercio significherebbe un miglioramento sensibile delle condizioni di vita e lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti: un aspetto rilevante, che non viene preso in considerazione da chi difende le aperture ad oltranza per poi lamentare la difficoltà a reperire personale. Ma il diritto di lavoratrici e lavoratori a condizioni di lavoro dignitose e alla possibilità di una conciliazione equilibrata dei tempi di vita e lavoro è centrale: tenerne conto in questo dibattito è semplicemente una scelta di civiltà.

La spesa domenicale non è un servizio imprescindibile, comparabile – come è stato azzardato – a quello offerto dalle strutture sanitarie, e la sua mancanza non rappresenta una privazione determinante nella cittadinanza, mentre comporterebbe vantaggi importanti in una fetta della stessa cittadinanza, quella impiegata nel commercio.

Regolare le aperture non è un passo indietro, ma un atto di responsabilità. È tempo di decidere se vogliamo una società basata sul consumo illimitato o una comunità fondata sul valore del tempo e della dignità del lavoro.

Dietro ogni saracinesca alzata nei giorni di festa ci sono madri, padri e famiglie che rinunciano al proprio tempo in nome di un profitto che non c’è. Restituire le festività e la domenica al riposo non è un privilegio, è una scelta di civiltà che non può più essere rimandata.

La spesa festiva e domenicale non salva l’economia, ma logora chi lavora. Non serve un commercio aperto 365 giorni l’anno se questo significa chiudere le porte alla qualità della vita delle persone.

 

Elisa Cavallaro

Filcams Cgil Rovigo

Diego Marcomini

Fisascat Cisl Padova Rovigo

Michela Bacchiega

Uiltucs Rovigo

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