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Francesco Gennaro: Il trionfo dei partiti del capo

Quando ho visto alla televisione le scene di giubilo e lo scrosciare degli applausi dei Parlamentari alla Camera nel momento in cui il Governo, alla votazione sul famoso emendamento che prevedeva il ripristino, seppur parziale, delle preferenze per i listini bloccati, è stato battuto per un solo voto, sono rimasto amaramente stupito di tanta stupida felicità.

Era da subito evidente che si trattava di un piccolo incidente di percorso che non avrebbe modificato nulla dell’impianto generale della nuova Legge elettorale. E, in effetti, così è stato.

Un illustre democristiano di razza, Carlo Donat-Cattin, disse che “la Legge elettorale è sempre la madre di tutte le riforme”.

E questo perché, da come è fatta, si può arguire anche che tipo di democrazia si ha in mente di attuare.

Ho iniziato a interessarmi di sistemi elettorali al tempo del Referendum proposto da Mario Segni, e da allora non ho mai smesso di interessarmene. Invece di migliorare nel tempo, ogni legge elettorale che è stata varata nel frattempo, e ne abbiamo viste parecchie con i nomi “latineggianti” dei loro promotori o degli scopi che avrebbero dovuto raggiungere, la qualità della Legge elettorale è andata sempre, lentamente e progressivamente peggiorando.

Gli applausi ai franchi tiratori della destra, hanno fatto emergere con paradossale chiarezza non la sconfitta del Governo Meloni, ma la vittoria della partitocrazia.

“Gli unici indiscussi protagonisti, dopo questo voto che consegna definitivamente e irreversibilmente ai Segretari dei partiti la composizione del futuro Parlamento, sono i partiti personali, del capo o di proprietà. Con tanti saluti alla democrazia dei partiti e nei partiti, alla selezione democratica e popolare della classe dirigente, alla centralità del cittadino e alla qualità complessiva della nostra democrazia” (Giorgio Merlo, Avvenire, 18/07/2026).

Per capire qual è la concezione che un Partito ha delle Istituzioni, basta guardare come quel Partito pratica la democrazia al suo interno. Se si fa beffe dei regolamenti e degli Statuti e non ha commissioni indipendenti di garanzia in grado di giudicare le violazioni che avvengono al suo interno, come si potrà pensare che quello stesso soggetto le possa poi accettare nelle Istituzioni dell’intero Paese?

Con l’eliminazione dei collegi uninominali, ultimo remoto residuo della tentata riforma del sistema di Mario segni, e la non riuscita reintroduzione delle preferenze, si è vista, senza ipocrisie e con una chiarezza lampante, la perfetta convergenza ideologica di larga parte della sinistra e della destra: istituzionalizzare il potere dei Capi, Proprietari o Segretari del Partito.

La paradossale affermazione, che si è udita nei commenti di alcuni leader del cosiddetto campo largo, per cui la Meloni non sarebbe stata in grado di “controllare” i suoi deputati, è degna di chi ha una concezione dittatoriale.

E’ tipico dei dittatori, infatti, controllare i propri deputati ed eventualmente punirli se serve!

Se ci lamentiamo che il potere legislativo sia ormai stato sottratto al Parlamento a favore del potere esecutivo che domina a forza di voti di fiducia e Decreti, non possiamo “gioire” quella rara volta che il potere torna, giustamente, finalmente, anche se solo per un attimo, nelle mani dei Deputati senza vincolo di mandato!

Francesco Gennaro

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