La nostra Costituzione prevede all’art. 17 che “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. … Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”.
L’art. 18 del TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) disciplina il diritto di riunione in luogo pubblico, stabilendo l’obbligo di preavviso al Questore almeno tre giorni prima dello svolgimento e regolando i poteri di divieto o scioglimento per motivi di ordine pubblico.
Il Questore per vietare la svolgimento della riunione deve comprovare i motivi di ordine pubblico e/o imporre prescrizioni di percorso o orario.
Diversamente il provvedimento sarebbe illegittimo se non arbitrario.
Quindi il luogo dove manifestare viene deciso dal comitato organizzatore dell’evento e nessuno, se non il Questore, lo può vietare per comportamenti rischiosi per la sicurezza e l’incolumità pubblica.
Il Pride pertanto non può essere negato né confinato in piazze diverse da quella (piazza Matteotti) scelta dagli organizzatori.
Ciò premesso in diritto, mi sia concessa una riflessione sulla manifestazione che si svolgerà il 20 giugno prossimo a Rovigo, che ha suscitato un grande interesse anche in seguito alle esternazioni in Consiglio Comunale rese dal primo cittadino e dalle quali dissento per i motivi che seguono.
Ritengo che ogni cittadino abbia, con il dovuto rispetto che si deve sempre a tutte le persone, la libertà di esprimere critiche politiche o personali nei confronti di una manifestazione, ma l’uso di espressioni come “una manifestazione tribale che ci riporta nella giungla” non può che sollevare forti criticità sul piano istituzionale, etico e comunicativo.
E’ questo un linguaggio che contrasta con i doveri di neutralità e rispetto legati al ruolo pubblico.
Le motivazioni per le quali affermazioni del genere vengono ritenute inaccettabili sono diverse.
I termini “tribale” e “giungla” usati in senso dispregiativo per descrivere un gruppo di cittadini, appartengono a un repertorio semantico storicamente utilizzato per privare determinati gruppi della loro dignità sociale, civile e culturale.
Associare i diritti e le rivendicazioni della comunità LGBTQIA+ a concetti di “arretratezza primitiva” o “animalità” viene ritenuto una forma di insulto degradante che supera il confine della legittima critica politica.
Utilizzare un linguaggio che stigmatizza una minoranza confligge con il dovere di favorire l’inclusione e il rispetto delle diversità che un amministratore pubblico (come un sindaco o un assessore) è tenuto a garantire, rappresentando l’intera cittadinanza e non solo la propria parte politica o il proprio elettorato.
L’art. 3 della Costituzione sancisce pari dignità sociale di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua o religione.
Il Pride non è una semplice parata folkloristica, ma una manifestazione pacifica di natura politico-sociale che rivendica uguaglianza, diritti civili e tutela contro le discriminazioni.
Liquidarla come qualcosa “da giungla” ignora la natura di protesta democratica dell’evento e porta a delegittimare il contenuto delle sue richieste agli occhi dell’opinione pubblica, riducendolo a un problema di ordine pubblico o di decoro che né l’attuale assessore alla sicurezza, né il nuovo comandante della polizia locale debbono sentirsi in dovere di avallare per compiacere a chi governa la città, rectius: al proprio datore di lavoro.
Il Capogruppo Lista Civica Democratica Inclusiva
Palmiro Franco Tosini



