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Quando il “NO” diventa piacevole

Il risultato elettorale del referendum sulla giustizia è stato indubbiamente una sorpresa.
Sarebbero poco credibili coloro che oggi sostenessero il contrario.

Complici sono stati i sondaggi.
Sostanzialmente dicevano una cosa: con pochi votanti avrebbe vinto il “no” (tra il 40 ed il 47% degli aventi diritto) oltre invece si sarebbe andati al pareggio o alla vittoria del “si”.
Così tutto l’interesse si spostava dal merito del voto alla quantità dei votanti.

Il risultato è stato lontano da ogni previsione: 30.301.956 votanti, 1.120.450 schede bianche e 842.106 schede nulle.
Quindi 28.339.400 voti validi pari al 58.93%.

Non sono dati da poco se pensiamo che al voto europeo del 2024 i votanti furono il 48.31% ed alle Europee del 2019 il 54.50%.
Per non parlare degli altri referendum (non confermativi) del 2025 sul lavoro che raggiunse solo il 30% degli elettori e sulla giustizia del 2022 che si fermò ad un misero 21% di aderenti.
L’unico dato similare è quello del 2022, le elezioni politiche, in cui al voto per la Camera si raggiunse il 63.91% degli elettori.

Quindi il primo dato è chiaro.
La gente è andata a votare.
Due domande però.
Chi è andato e perchè.
Infatti queste sono anche le ragioni della vittoria del “no”.

Ben 13.000.000 di persone in più a votare rispetto al referendum del 2025.
E rispetto alle Europee del 2024 circa 4.000.000 in più.
Qui la prima causa certa.
Sono tornati al voto gli astenuti o meglio ne è tornata una parte.
Perché?

Diverse sono le risposte ma alcune sembrano molto precise.
Innanzitutto si trattava di un referendum confermativo che non richiedeva quorum.
Ciò elimina il non voto di protesta.
Perchè non avrebbe senso, non comporterebbe il fallimento del referendum.
E poi qui si ha la sensazione di contare.
Ogni voto pesa, ogni espressione conta.
Vale la pena esserci.

E se il voto contestativo si esprime nel non voto qui si esprime invece con il “no” alla proposta del Governo, altrimenti si sta a casa.
Queste parole svelano il perché di un ritorno al voto da parte di avversari dell’attuale centro destra ( o in generale di un governo).
E sono votanti che non si ritrovano automaticamente con le opposizioni. Quindi sono voti referendari e non immediatamente spostabili a elezioni politiche.
Ma questa è solo una parte del ragionamento.

Tutti sottolineano che una componente fondamentale del voto “no” fa riferimento alle giovani generazioni.
Che sono andate a votare convinte al di là del passato.
Infatti i giovani che andarono a votare nel referendum sulla giustizia del 2022 furono solo il 20% e sul lavoro nel 2025 il 30%.
Oggi invece il 67% dei giovani tra i 18 ed i 28 anni è andato a votare.
E tra questi il voto “no” è preponderante. La generazione Z tra i 18 ed i 24 anni vota “no” tra il 71% e l’80%.
E complessivamente votano “no” il 61% dei giovani tra i 18 ed i 34 anni.

Qualcuno ha chiamato la generazione Z come la “generazione di Gaza”.
E probabilmente non a caso.
Le mobilitazioni spontanee che avevamo visto si sono tradotte in un voto.
Ciò segnala quindi una scelta.
Tutta politica.
Il voto giovanile infatti non si esprime sui codicilli della riforma ma sul suo architrave, sulle sue parole d’ordine.

Il merito poi conta sul serio.
Il 61% del “no” di tutti i votanti si esprime in difesa della Costituzione per non alterarne l’architettura ed il 39% perchè non concepisce la delegittimazione tecnica che la riforma prevede.
Quest’ultima parte cita come esempio l’incredibile vicenda del sorteggio dei magistrati.
In sostanza vi è una forte opposizione a quello che viene concepito come uno strappo alla nostra Carta costituzionale e un attacco all’indipendenza della Magistratura.

Proprio qui si è sviluppata una ingenuità di chi sosteneva la riforma: si è pensato che l’amore per i giudici fosse venuto meno nella popolazione.
Senza pensare però che quello per i proponenti, i politici, aveva ancor meno chance.

Il “no” vince in 17 regioni e perde solo in 3: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Ma nei capoluoghi di provincia anche di queste regioni si afferma spessissimo sconfiggendo il “si”.
Eclatante per il “si” il Veneto con oltre il 60% di adesioni e per il “no” ben 9 regioni che superano il 55% dei voti: Campania, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Emilia Romagna, Calabria, Puglia, Toscana e Liguria.

Molti chiedono se si tratti di un voto politico.
La risposta è precisa ma ha bisogno di essere chiara.
Senza dubbio è un voto politico, senza alcuna paura si può dire che si tratta di uno scossone dato a questo governo.
Lo testimoniano gli astenuti che tornano a votare, il 31,1% dei votanti “no” che esplicitamente motiva il proprio voto come antigovernativo e le stesse motivazioni di merito espresse: 61% per la difesa della Costituzione in primis.
E moltissimi commentatori ricordano tra le cause della vittoria la stessa unitarietà tra le forze del Campo Largo.

Anche qui sono sfatate una serie di valutazioni pre voto.
Si diceva che i riformisti del PD votanti “si” avrebbero raccolto messe di voti.
Ed invece si fermano al 7.4% dei voti espressi dagli elettori di quel partito.
Così pure per i 5* che trovano a favore del “si” solo il 13% dei propri votanti.
Mentre nel Centro Destra dove si stimava esistesse una sorta di indiscusso centralismo il 15% della Lega ed il 18% di Forza Italia vota “no”.

In questo quadro, ritornando al Partito Democratico è evidente che questo partito ha definitivamente scelto dove stare: a sinistra con la Schlein che contro mille pareri scelse di schierarsi in prima persona nella lotta referendaria.

Va poi ricordato che il voto è proprio il frutto di incroci diversi ed interessanti: il ritorno degli astenuti, le città, i giovani.
Per questo viene definito un “voto d’avvenire”.
Cioè un voto che pre-vede.
Che indica una strada.

Ma se di certo ci dice quella che appare una novità e cioè che l’astensionismo non è irreversibile, altrettanto non può darci certezze per il futuro.
È un voto politico ma non presuppone fede o continuità.
Ogni passaggio successivo andrà conquistato, voluto, conteso.

Ma i segnali sono belli.
A partire dalle parole dei leader del Campo Largo che dicono tutti: programmi e non veti.
Un passo avanti.

Il Veneto lancia due segnali diversi.
Da una parte, lo abbiamo già scritto, è la regione in cui il “si” è più forte.
Ma dall’altra va preso in considerazione un altro dato.
Nel 2022 le forze del Centro Destra in Regione erano pari a 1.7 mln di votanti. Nel 2024 1.37 mln.
Nel 2026 1.3 mln.
Nessun confronto di voti tra elezioni e referendum ma una sensazione di calo si, appare evidente.
Mancano più di 300.000 voti.
Nel Centro Sinistra il contrario: si cresce di più di 200.000 voti.
Naturalmente va preso con le pinze, mi raccomando.

Infine Venezia.
Di certo è contendibile.
Di certo è aperta e pronta per una esperienza diversa dall’oggi.
E di certo i voti referendari lo confermano.
È anche una esperienza da costruire con un grande lavoro che ormai è in corso.
Una cosa è certa: ci sono tutte le opportunità.

Maurizio Cecconi

Grazie a Il Diario online per l’utilizzo dell’articolo


NB ” i dati sono il frutto di elaborazioni CISE, SWG e YOU TREND.

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