Nel giorno in cui il mondo celebra il 17 maggio, Giornata Internazionale contro l’Omolesbobitransfobia, è doveroso ricordare che la lotta per i diritti e la dignità delle persone LGBTQIA+ nasce da una storia precisa, fatta di coraggio e resistenza.
Il Pride, infatti, affonda le sue radici nei moti di Stonewall del 1969, quando a New York una comunità stanca di discriminazioni e violenze scelse di ribellarsi e di rivendicare il diritto a esistere nello spazio pubblico. Da quella notte nacque un movimento globale che ancora oggi chiede uguaglianza, sicurezza e libertà.
Il prossimo 20 giugno, anche Rovigo vivrà un momento storico: il suo primo Pride, organizzato da un COMITATO ROVIGO PRIDE, che raggruppa diverse realtà del territori, come atto di visibilità, cura e partecipazione democratica. Un evento che finalmente inserisce il nostro territorio nella rete delle città che scelgono l’inclusione e il rispetto.
Di fronte a questa opportunità, le dichiarazioni della sindaca Valeria Cittadin, che ha definito il Pride una “provocazione ideologica” e un “esibizionismo”, rappresentano un segnale di chiusura che non rispecchia la realtà di una comunità che vuole crescere, aprirsi e vivere senza paura.
La sicurezza nasce dalle strade vive, non dalla repressione.
La sindaca richiama “rispetto, equilibrio e senso del limite”, sostenendo di interpretare il “disagio” di molti cittadini.
Eppure, in una città dove le politiche repressive delle zone rosse hanno fallito, è evidente che la sicurezza non si costruisce cancellando il dissenso o limitando la libertà di espressione, ma restituendo vita agli spazi pubblici.
Il Pride fa esattamente questo:
- riporta le persone nelle piazze,
- promuove convivenza pacifica,
- crea comunità,
- contrasta l’odio che troppo spesso nasce e si diffonde sui social.
Mentre si teme la “sobrietà” di una sfilata, Rovigo continua a soffrire episodi di inciviltà quotidiana, frutto di intolleranza e isolamento sociale.
Una città che perde giovani non può permettersi di perdere anche diritti.
I dati parlano chiaro:
- Rovigo è 59° in Italia per fuga di cervelli;
- il 55% dei giovani che se ne vanno sono laureati;
- la provincia invecchia rapidamente;
- i servizi sono insufficienti;
- il potere d’acquisto delle famiglie è crollato del 16,5% in dieci anni.
In questo contesto, osteggiare un evento che celebra identità, diritti e partecipazione significa mandare un messaggio devastante: che Rovigo preferisce ripiegarsi su se stessa invece di aprirsi al futuro.
Il vero imbarazzo non è il Pride, ma l’assenza di politiche sociali.
La sindaca afferma che certi messaggi sarebbero “imbarazzanti”. L’imbarazzo, semmai, dovrebbe riguardare:
- la mancanza di politiche sociali efficaci,
- la precarietà diffusa,
- gli stipendi tra i più bassi del Veneto,
- l’assenza di visione per i giovani e per il territorio.
Per molte persone LGBTQIA+, poter essere finalmente se stesse, senza vergogna, in una città spesso ostile, non è provocazione: è dignità.
Il Pride è un’opportunità, non una minaccia,
Il Pride del 20 giugno non è un attacco alla sensibilità dei cittadini.
È una grande occasione per dimostrare che Rovigo può essere una città:
- più giusta,
- più accogliente,
- più moderna,
- più sicura per tutte e tutti.
Chi governa ha il dovere di non alimentare pregiudizi, ma di favorire dialogo, partecipazione e diritti.
Bruna Giovanna Pineda
Rifondazione Comunista della Provincia di Rovigo



