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Tra Putin e Trump, primi pensieri…

Continua la collaborazione di Bluetu.it con il Diario on line con la pubblicazione dell’ultimo articolo di Maurizio Cecconi.

 

Una prima riflessione è certa.
Non si possono leggere compiutamente e subito i vertici come quello che si è appena svolto in Alaska tra Putin e Trump.

Le ragioni sono evidenti e principalmente 3.
Innanzitutto Trump sapeva di dover necessariamente trattare con Zelensky, che è diretta parte in causa, e con la UE cui aveva dato rassicurazioni precise il giorno prima.
Un rifiuto ucraino ed europeo ad eventuali condizioni condivise tra USA e Russia sarebbe stato negativo per lui ed impossibile da gestire nella comunicazione.
Quindi è scontato che non si dica assolutamente nulla della guerra, di cui si è indubbiamente trattato.

In secondo luogo è evidente che Trump gioca una partita in cui l’Ucraina è solo piccola parte della discussione.
Il vero tema è il riassetto del Mondo e dei suoi equilibri.
In questo Trump e Putin si incontrano pienamente perchè entrambi hanno questo obiettivo anche se con premesse diverse: Trump vuole usare la Russia per limitare il potere della Cina e Putin vuole restituire uno spazio politico e di potere ad una Russia che dopo la fine del comunismo era stata emarginata e ridotta a controfigura del passato.
Quindi non conviene raccontare troppo.
A loro basta muoversi nella direzione che entrambi vogliono.

Infine la comunicazione.
Questa volta diventa sostanza e quello che a noi europei può parere un balletto inutile diviene invece carico di significati come ad esempio la riapertura di uno scenario di collaborazione e confronto tra le due potenze atomiche più potenti del mondo.
È evidente che il senso del risultato del vertice non sta nei soli contenuti di merito.
Sta anche nelle ragioni visibili di relazione.

Come si può ben capire rimarranno delusi tutti coloro che speravano o nell’accordo di pace o nella rottura esplicita.

In realtà risultati ve ne sono stati e non da poco.
Putin rientra in “società” e con lui la Russia.
Viene riconosciuto come personalità ma è soprattutto la Russia che diventa protagonista.
Per i possibili accordi economici, per lo sfruttamento dell’Artico, per le terre rare, per gli investimenti futuri.

Gli Stati Uniti in qualche modo riconoscono questa forza esplicitamente e lo fanno come male minore in un mondo in cui rischiano di non essere più i protagonisti principali.

Trump ha di certo capito che non basta più la sola forza a garantire un ruolo.
Serve anche la logica degli equilibri internazionali in cui la Russia conta.
E si adegua.

In secondo luogo c’è un fatto rilevante e non sempre compreso.
Putin dice esplicitamente che andrà preservata la sicurezza dell’Ucraina.
Non è una affermazione ripresa dal passato.
È nuova per il contesto e per l’interlocutore che siede accanto: Trump.
È evidente che la Russia riconosce la fine del suo protettorato storico su quelle terre.
E probabilmente nemmeno lo vuole per le caratteristiche di drammaticità che potrebbe nascondere.
Ciò apre le porte all’Unione Europea e ad altre forme di relazione possibili.

Infine la parte più pericolosa e meno esplicita dell’incontro.
I confini.
Lo scambio di terre di cui parlava Trump da una parte rendeva impossibile ogni appoggio ucraino e dall’altra prefigurava un accordo di pace finale difficile per molti ed in particolare per gli europei.

Esso infatti avrebbe sancito che la guerra è lo strumento per cambiare la realtà, che se si vuole conquistare si può, che se si desidera risolvere un problema ci si affida alle armi.
E le terre di scambio erano poi solo ucraine.

Qui pare che la trattativa sia ancora distante.
Ma sono evidenti due elementi.
Da una parte che l’Ucraina non ce la fa a rinunciare alle proprie terre formalmente e che l’Europa fa fatica ad accettare la logica della conquista armata dei territori contesi.

Dall’altra che la Russia militarmente ha conquistato e certo non rinuncerà facilmente a ciò per cui ha speso centinaia di migliaia di morti.

Continua sempre di più a farsi vedere sottotraccia la via coreana che “adotta” lo stato di fatto e lo naturalizza senza però riconoscerlo.
Ma di ciò si parlerà ancora.

Infine noi, l’Europa.
Abbiamo svolto due parti in “tragedia” negli ultimi tempi.

Da una parte abbiamo sostenuto l’Ucraina qualche volta a parole ed in molti casi realmente nei fatti.
Dall’altra abbiamo ripreso ad armarci Paese per Paese, per difenderci dal possibile attacco dall’Est.
E lo abbiamo fatto soprattutto finanziando gli Stati Uniti nella NATO e nell’acquisto di armi.

Abbiamo cioè scelto di non tentare una qualsiasi via diplomatica.
Non abbiamo cercato in nessun modo non tanto la pace ma nemmeno di capire quali fossero le strade per la pace.

Purtroppo ciò è stato la conseguenza di come la Comunità Europea oggi è.
Quindi non possiamo lamentarci, ci lasciano solo prendere atto.
Ma lo spazio ci sarebbe ancora se solo si capisse che l’Europa può essere una grande potenza.
Può, non è.
E le grandi potenze parlano e trattano con il nemico.
Non fanno finta di nulla.

Non possiamo infatti non ricordare che il limite di chi, come l’Europa, vuole la pace – ma sulle dimensioni territoriali pre guerra – è evidente.
La guerra c’è stata e c’è.
Ed ha segnato vittorie e sconfitte.
Chi sogna per l’Ucraina lo slogan “fino alla vittoria” doveva pensarci prima.
Quando era possibile fermarla la guerra, quando ancora non era iniziata ma molti analisti, a partire da Caracciolo, l’avevano prevista.

Oggi si può solo mediare, concedere ed avere ma con trattative.
Perchè lo spesso nascosto “fungo atomico” è sempre possibile.

E qui Trump ci ha dato una lezione dura da accettare ma evidente.
Il tentativo di pace lo ha fatto lui e non ha, per ora, nemmeno rinunciato ai territori ucraini.
Avremmo potuto tenere il bandolo di questa matassa ed invece siamo costretti a seguirne il filo.
Peccato.

Ma in ogni caso oggi si è aperta una porta.
Non mi interessa chi l’ha aperta.
Si è aperta e non va chiusa.

 

Maurizio Cecconi

 

Grazie alla cortesia di Il Diario online
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