Approfondimenti

“Fate presto”: bisogna applicare subito l’Accordo di Parigi o sarà catastrofe

Fate presto era il titolo su nove colonne del quotidiano napoletano Il Mattino il 26 novembre 1980. Erano passati tre giorni dalla tremenda scossa di terremoto che in un interminabile minuto e mezzo aveva devastato l’Irpinia, il Potentino e fatto danni in buona parte delle due regioni.

“Fate presto” era il modo con cui, sotto la spinta anche delle sollecitazioni di Sandro Pertini, si invitavano i responsabili a “salvare chi è ancora vivo“ e ad “aiutare chi non ha più nulla”.

Rischiamo la catastrofe

Tralascio di soffermarmi su quanto riscontro e successo quell’invito abbia avuto nei quarant’anni trascorsi. Né solo in Campania e Basilicata, ma anche in Sicilia dopo il terremoto del Belice. E non poco perplesso e preoccupato mi lascia la considerazione che solo dopo cinque anni dal terremoto che ha coinvolto il Centro Italia distruggendo, fra l’altro, Amatrice qualche settimana fa si sia finalmente (finalmente?) cominciato ad intravedere un inizio di lavori con l’apertura di cantieri che chi sa quando si chiuderanno.
Tralascio perché è su altro che desidero soffermarmi, ma proprio rifacendomi ad un altro “fate presto” che, sia pure con parole diverse, ha lanciato Mario Draghi avvertendo che con le politiche in corso stiamo venendo meno alla promessa di Parigi per cui “il riscaldamento rischia di aumentare di tre gradi entro la fine del secolo”. La sintesi di queste allarmate preoccupazioni, in un videomessaggio al Forum sull’energia e il clima (Mef) promosso dal presidente statunitense Biden, è stata in poche parole: “Rischiamo la catastrofe”.

E non è nemmeno necessario arrivare a tre gradi. Ne bastano due per far prevedere la catastrofe: in Italia, per esempio. Lo riferisce il rapporto Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in sei città italiane del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), curato da Donatella Spano. Le sei città considerate “simboliche”, anche perché diverse fra loro, sono TorinoMilanoVeneziaBolognaRoma e Napoli. Ebbene un aumento anche “solo” (si usa dire solo, ma è un’enormità) di due gradi sconvolgerebbe la vita di queste città. Il rapporto sottolinea soprattutto l’esplosione della bomba di calore che, in mancanza di interventi, potrebbe durare da 30 a 90 giorni aggiuntivi a quelli propri della stagione. Naturalmente non finisce qui: le ondate di calore, specialmente nelle città fortemente urbanizzate e cementificate, sono collegate anche a quegli eventi estremi definiti bombe d’acqua, che sono diventati sempre più frequenti. Insomma il “fate presto” deve diventare un “fate subito”. L’analisi di questo rapporto ci dice anche che qualcosa si sta facendo, ma poco, e che città come Napoli e Venezia sono ancora molto indietro. Può essere un forte avvertimento per quanti proprio in queste città si sono candidati alla carica di sindaco, per mettere al primo posto assoluto il da fare per prevenire la catastrofe. Sapendo che è annunciata e in quanto tale, si può evitare.

Un accordo disatteso

Anche il terremoto al quale facevo prima riferimento è un evento che, specialmente quando si abbatte su terre fragili e vulnerabili, può diventare una catastrofe. E le vittime umane si possono contare in migliaia. La differenza con la catastrofe paventata da Draghi è che oggi, molto più che in passato, le conseguenze di un terremoto si possono in buona parte prevenire. Ma anche che, in assenza delle opere di prevenzione, una volta che la catastrofe si è abbattuta, si mette mano alla rimozione delle macerie e in un tempo ragionevolmente breve o irragionevolmente lungo, si provvede alla ricostruzione. La Terra è piena di questi esempi; in Italia si può confrontare il Friuli, il Belice, l’Irpinia, il Centro Italia come rappresentativi di quanto dicevo. Invece con la catastrofe climatica c’è poco da fare. O, meglio, si opera con obiettivi diversi e la variabile tempo è di fondamentale, vitale, importanza.

La prevenzione per evitare il cambiamento climatico non è stata fatta e ne subiamo le conseguenze. Per evitare che queste conseguenze diventino molto più gravi per gli attuali otto miliardi di essere umani e per chi verrà dopo, bisogna operare in fretta per realizzare giorno dopo giorno (senza saltarne nemmeno uno), quanto deciso durante la già citata COP21.

Quella conferenza – è sufficientemente noto, ma giova ricordarlo – si tenne a Parigi nel dicembre del 2015, e dopo fu sottoscritto un accordo dai rappresentati di quasi tutti i Paesi della Terra i quali si impegnavano a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi. Faticosamente e in modo più oscuro che chiaro l’impegno è stato ripreso nel G20 su Energia e Clima tenuto a Napoli nel luglio scorso, con la speranza che si facciano concreti passi avanti a fine ottobre a Glasgow, nella ennesima riunione (la 26esima) del COP26 UN Climate Change Conference.

I giovani e il cambiamento climatico

friday for futureAnche se non c’è da farsi illusioni. Tanto che, facendo eco all’allarme di Draghi, il segretario delle Nazioni Unite António Guterres è intervenuto a quel Forum ricordando che “il mondo è su un percorso catastrofico verso 2,7 gradi di riscaldamento globale” e che “c’è un alto rischio di fallimento della COP26”.

Come uscirne? La risposta è apparentemente facile: se ne esce applicando quanto concordato a Parigi. E facendolo presto.
Naturalmente, tra il dire, sottoscrivere e fare si sa che cosa c’è di mezzo. Un altro segnale lo avremo a fine settembre. Sarà un pre-segnale: quello che daranno i risultati della Pre-COP26 che si terrà a Milano dal 30 settembre al 2 ottobre.  Quelli che hanno capito il problema sapendo bene di essere le potenziali vittime dell’assenza di soluzioni sono i giovani: lo dimostrano i risultati di un’indagine sondaggio coordinata dall’Università di Bath, che ha coinvolto diecimila giovani tra 16 e 25 anni. Il 75% degli intervistati teme l’avvenire considerandolo “spaventoso”. E hanno anche individuato i responsabili nelle autorità politiche e amministrative nazionali e internazionali. Queste ultime in particolare vengono ritenute responsabili di non fare a sufficienza per evitare la catastrofe. Di conseguenza, se il futuro deve essere così spaventoso, meglio non avere figli. È questo che pensa circa il 40% di quei giovani.

Ugo Leone

https://www.strisciarossa.it/author/ugo-leone/

Condividi