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La mostra al Roncale ricostruisce le vicende della tomba di Miani Esposto anche il contenitore con i resti mortali dell’esploratore.

Giovanni Miani sarà “fisicamente presente” nella mostra che Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo gli dedica, a partire dal 12 marzo, in Palazzo Roncale.

La piccola teca contenente alcuni dei suoi resti mortali vi sarà esposta, a conclusione del restauro dell’elegante supporto ligneo. Nella mostra e nel volume che l’accompagna, curati dal professor Varotto, viene ricostruita la vicenda della morte di Miani e quella della sua tomba africana.

È  Daniele Comboni, Vicario dell’Africa Centrale, ad annotare sul Liber defunctorum del Vicariato, in lingua latina – come era d’obbligo nella Chiesa Cattolica al tempo –   la morte di Giovanni Miani, avvenuta il 21 novembre del 1872. In quel breve testo lo definisce “celeberrimo ed audacissimo”, ricorda il titolo di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che gli era stato conferito dal Re d’Italia, indica nelle febbri la causa ultima del decesso e annota che esso avvenne senza assistenza umana e senza i conforti religiosi.

Dalla morte all’annotazione era trascorso più di un anno, ma non c’è da stupirsi perché, annota Giampaolo Romanato nel suo saggio “Lungo la via del Nilo. Esploratori, missionari, viaggiatori e avventurieri”, “erano questi allora i tempi africani”.

Ma dove morì Miani e come le sue ossa sono giunte all’Accademia dei Concordi?

Sul dove, l’annotazione di Padre Comboni ci viene in aiuto, indicando con precisione il luogo e la latitudine: nel territorio di Monbuttu, nell’attuale Zaire, al 3° Lat. Nord.

Qui Miani era fortunosamente approdato nel corso della sua terza spedizione di ricerca, partita da Khartoum il 15 marzo dell’anno precedente.

Da subito l’impresa si era rivelata particolarmente ardua, in territori dove la presenza di un uomo bianco destava stupore e dove vigeva la tratta egli schiavi.

Miani sentiva che il corpo non rispondeva più alla sua indomita volontà. Non resistendo ai dolori, si estrae da solo i denti, è “affranto dai dolori al petto”, combatte con forti febbri. Conscio di essere alla fine, il 16 settembre si fa scavare una fossa accanto ad un grade termitaio e qui, il 21 novembre, il suo corpo sarà inumato avvolto in una coperta e posto nella bara di legno che lo stesso Miani si era fabbricato. Con lui, l’inseparabile pipa e la tabacchiera di terracotta colma di tabacco.

La sua pace durò solo poche ore, dato che la stessa notte la tomba venne profanata da alcuni indigeni per sottrarre la coperta che avvolgeva il corpo. Ricomposta, la tomba “fu tenuta con cura, circondata da piante di tabacco in onere del morto che era un gran fumatore”, fino a quando la tribù non venne distrutta da una banda di predatori.

Nel 1878, o – secondo diversa fonte – nel 1879, Romolo Gessi, altra straordinaria figura di esploratore, militare, geografo, oltre che Pascià, riuscì a mettere in salvo una parte delle ossa di Miani.

Queste furono custodite prima dalla vedova di Gessi e poi affidate alla Società Geografica Italiana, che provvide a farle pervenire a Rovigo. All’Accademia dei Concordi, vennero (e sono) conservate in un piccolo contenitore ligneo. A modellarlo pare siano state le maestranze della bottega di Valentino Panciera detto Besarél (Astragàl di Forno di Zoldo, 1829 – Venezia 1902).

A provare che quelle poche ossa erano appartenute proprio dell’esploratore rodigino fu Gaetano Casati che alla fine del 1881, aveva ritrovato ed esaminato la tomba. Che restò al suo posto almeno sino al 1929, quando venne vista dal belga padre Léon Lotar.

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